mercoledì 31 luglio 2019

La classe di SSGN "Oscar I/II", la tragedia del K-141 Kursk, il missile Granit e il siluro supercavitante "Shkval-E" VA-111



Il K-141 Kursk, nome completo in russo: Атомная подводная лодка «Курск», era un sottomarino a propulsione nucleare della Flotta del Nord appartenente alla classe Oscar I/II.  



Il sottomarino, entrato in servizio nel 1995 presso la base di Severomorsk, era in grado di trasportare e lanciare missili a testata nucleare. Il suo dislocamento era di 10 700 tonnellate in superficie e 13 500 tonnellate in immersione, l'equipaggio tipico era composto da 52 ufficiali e 55 marinai, per un totale di 107 persone. Prima del suo affondamento era uno dei più moderni sottomarini in dotazione alla Voenno-Morskoj flot.



Classe Oscar I/II

Classe Oscar è il nome in codice NATO di un gruppo di sottomarini nucleari d'attacco equipaggiati con missili antinave (SSGN), di sviluppo e costruzione sovietica. Questi battelli sono stati costruiti a partire dai primi anni ottanta, in due versioni: Progetto 949 Granit (cirillico: Проект 949 - Гранит, Oscar I in Occidente) e Progetto 949A Antej (cirillico: Проект 949А - Антей, Oscar II per la NATO).
Complessivamente, ne sono stati costruiti una quindicina, oltre ad altri esemplari mai ultimati a causa della difficile situazione economica che ha caratterizzato la Russia post-sovietica. Alcuni di questi risultano in servizio con la marina russa, anche se il reale status operativo di molti esemplari non è chiaro.
A questa classe apparteneva il sottomarino K-141 Kursk, affondato nel 2000.
Tutte le unità della classe sono state costruite presso il cantiere navale Sevmaš, a Severodvinsk.



Sviluppo

Lo sviluppo di una terza generazione di sottomarini lanciamissili antinave, progettati per il contrasto alle grandi portaerei occidentali, venne intrapreso dall'ufficio tecnico Rubin, probabilmente già alla fine degli anni settanta. I lavori furono affidati alla direzione di P.P. Pustincev, che fu successivamente sostituito da I.L.Baranov.
Nel 1978, presso il cantiere navale Sevmash, di Severodvinsk, si iniziò la costruzione di un nuovo grande sottomarino, primo esemplare di quella che era nota in Unione Sovietica come Progetto 949 Granit. Il battello, chiamato K-525, entrò in servizio con la Flotta del Nord nel 1982, e ricevette il nome in codice NATO di Oscar. L'anno successivo, fu commissionato un secondo esemplare, il K-206. Tuttavia, già nel 1982, venne impostato a Severodvinsk il primo esemplare del Progetto 9494A Antej, una versione ingrandita della nuova classe di sottomarini. In particolare, era stata aggiunta una sezione di una decina di metri, in modo da ospitare una serie di apparecchiature aventi lo scopo di aumentare la silenziosità dei battelli. Il nuovo sottomarino, con il nome di K-148, entrò in servizio nel 1986, seguito da altri dieci battelli (più altri rimasti incompleti). La nuova versione ricevette dall'intelligence occidentale il nome in codice NATO di Oscar II.
I tecnici russi pianificarono anche lo sviluppo di una quarta serie di sottomarini lanciamissili antinave, erede degli Oscar. Tuttavia, questa non ha avuto seguito.
Gli Oscar sono sempre stati circondati da una certa riservatezza. Infatti, oltre ad alcuni parametri tecnici, vi è anche confusione nella distinzione tra le varie unità, soprattutto per quanto riguarda i nomi e la cronologia degli esemplari varati. Complessivamente, sono entrati in servizio 13 Progetto 949 (2 Oscar I ed 11 Oscar II), ma lo status operativo di alcuni esemplari non è chiaro. Non si sa neanche quante fossero le unità preventivate, ma si parla genericamente di 15 battelli.



Tecnica

Utilizzo

Gli Oscar, entrati in servizio nei primi anni ottanta, sono ancora oggi operativi con la marina russa. Progettati specificatamente per il contrasto alle portaerei americane, sono tra i sottomarini russi più grandi oggi in circolazione. Nonostante le dimensioni, hanno delle buone capacità nautiche, sia per quanto riguarda la manovrabilità, sia per la velocità (i due reattori consentono di superare i 30 nodi).
Tutti gli esemplari portano nomi di città della Federazione Russa.
Dopo il crollo dell'Unione Sovietica, le forze armate subirono un drastico ridimensionamento. La marina non sfuggì a questa situazione, anche se furono compiuti sforzi per limitare gli impatti dei tagli di budget. In particolare, per mantenere una buona capacità subacquea, si decise di ritirare dal servizio tutte le unità più vecchie e meno efficaci, e di puntare sui modelli migliori e più moderni. Per questa ragione, la costruzione degli Oscar continuò, tanto che circa un terzo degli esemplari complessivi sono entrati in servizio dopo il 1992, entro la prima metà dagli anni novanta. Questi mezzi hanno sempre avuto un'attività operativa piuttosto intensa.

Oscar I
  • K-525 Archangel'sk: entrato in servizio nel 1980 nella Flotta del Nord, venne radiato nel 1997 e demolito a Sevmaš nel 2001
  • K-206 Murmansk: (ex-Minskij Komsomolec) entrato in servizio nel 1983 nella Flotta del Nord, venne radiato nel 1997 e demolito a Zvëzdočka nel 2004.

Oscar II
  • K-148 Krasnodar: entrato in servizio nel 1986 nella Flotta del Nord. Fuori servizio.
  • K-173 Krasnojarsk: entrato in servizio nel 1986 nella Flotta del Nord, venne trasferito nel 1991 in quella del Pacifico. Fuori servizio.
  • K-132 Irkutsk: entrato in servizio nel 1988 nella Flotta del Nord, venne trasferito nel 1990 in quella del Pacifico. Posto in riserva nel 1997, è stato revisionato ed è in attesa di rientrare in servizio.
  • K-119 Voronež: entrato in servizio nel 1989 nella Flotta del Nord. Attualmente operativo.
  • K-442 Čeljabinsk: entrato in servizio nel 1990 nella Flotta del Nord, venne trasferito nel 1991 in quella del Pacifico. Posto in riserva nel 1999, è stato riparato ed è rientrato in servizio nel 2004.
  • K-410 Smolensk: entrato in servizio nel 1990 nella Flotta del Nord. Attualmente operativo.
  • K-456 Tver: entrato in servizio nel 1992 nella Flotta del Nord, fu trasferito in quella del Pacifico nel 1993. Rientrato in servizio nel 2002 dopo una revisione.
  • K-266 Orël: entrato in servizio nel 1992 nella Flotta del Nord. Attualmente operativo.
  • K-186 Omsk: entrato in servizio nel 1993 nella Flotta del Nord, fu trasferito in quella del Pacifico nel 1994. Attualmente operativo.
  • K-141 Kursk: entrato in servizio nel 1994 nella Flotta del Nord, affondò per incidente nel Mare di Barents il 12 agosto del 2000, dopo lo scoppio di un siluro all'interno dello scafo. Lo scafo è stato recuperato nel 2001 e demolito nel 2003.
  • K-150 Tomsk: entrato in servizio nel 1996 nella Flotta del Nord, fu trasferito in quella del Pacifico nel 1998. Attualmente operativo.
  • K-139 Belgorod: completato nel 2017. ufficialmente designato come evoluzione della classe Oscar II Progetto 949A, il K-139 Belgorod, svolgerà missioni di ricerca scientifica come piattaforma per sottomarini senza equipaggio e speciali attrezzature. Il K-139 è stato riprogettato con una nuova sezione centrale di trenta metri che ha portato le dimensioni del sottomarino a 184 metri. Trenta metri in più della classe Oscar originale ed undici più lungo della classe Typhoon.
  • K-145 Volgograd: costruzione sospesa nel 1998.
  • K-160 Barnaul: costruzione cancellata.



L'incidente del K-141 Kursk

Il 12 agosto 2000 il sottomarino nucleare era impegnato nel mare di Barents in un'esercitazione militare navale nella quale avrebbe dovuto lanciare dei siluri da esercitazione (senza carica esplosiva) contro l'incrociatore nucleare, classe Kirov, Pjotr Velikij (in russo: Пётр Великий, Pietro il Grande).
Alle 11:28 locali (07:28 UTC) furono lanciati dei siluri di prova, ma subito dopo vi fu un'esplosione, presumibilmente di uno dei siluri del Kursk, all'interno o nei pressi del sottomarino. L'esplosione aveva una potenza compresa tra i 100 e i 250 kg di TNT; in conseguenza delle lesioni allo scafo dovute alla esplosione il sottomarino si adagiò sul fondo a 108 metri di profondità, a circa 135 km da Severomorsk 69°40′N 37°35′E. Una seconda esplosione avvenne all'interno dello scafo 135 secondi dopo la prima, con una potenza esplosiva compresa tra le 3 e le 7 tonnellate di TNT. L'esplosione sollevò e poi fece ricadere sul sottomarino molti detriti.
Dopo vari tentativi di salvataggio, tutti falliti, da parte dei russi, una nave speciale norvegese equipaggiata con un batiscafo inglese si agganciò con successo al sottomarino affondato, trovandolo tuttavia completamente allagato e senza alcun superstite.



Cronologia

L'incidente si rivelò fatale per la maggior parte dell'equipaggio, e solo 23 persone non perirono immediatamente. Essi, tra cui Dimitry Kolesnikov, si spostarono nel compartimento nove, attendendo i soccorsi. Anche questi sopravvissuti perirono prima che i soccorsi arrivassero.
Dopo 48 ore la notizia divenne ufficiale, e il 16 agosto il capo di Stato Maggiore della Flotta Russa Mikhail Motsak annunciò la presenza di sopravvissuti, affermando che avrebbero avuto scorte di ossigeno per alcuni giorni. Si susseguirono alcuni tentativi di salvataggio russi: inizialmente venne usata una capsula di salvataggio Pritz e successivamente una capsula Bester più grande, ma i tentativi, quattro in tutto, fallirono a causa delle condizioni meteorologiche avverse.
Il giorno seguente Motsak ammise che la situazione era vicina alla catastrofe[4]. Dopo il consenso da parte della Russia ad accettare aiuti, lo stesso giorno salparono dal porto di Trondheim i battelli norvegesi di salvataggio Normand Pioneer e Seaway Eagle[5] con sommozzatori inglesi e norvegesi. Il loro tentativo consistette nell'utilizzo del minisommergibile britannico LR5, giunto appositamente via aereo per unirsi alla spedizione di salvataggio.
Il 19 agosto la nave Normand Pioneer con il batiscafo LR5 giunse sul luogo dell'incidente. I gruppi di soccorso riuscirono ad aprire il portellone posteriore, trovando i compartimenti interni allagati. Il 21 agosto, dopo varie analisi ed ispezioni, si concluse che non c'era alcun sopravvissuto e le operazioni di salvataggio furono interrotte.



Controversie

Molti aspetti dell'incidente del Kursk e dei tentativi di salvataggio furono costellati di polemiche e controversie, con molte notizie contraddittorie.

Causa dell’incidente

La commissione d'inchiesta fu guidata dal procuratore generale Vladimir Ustinov, e concluse il 29 giugno 2002 che le esplosioni furono causate da un siluro da esercitazione difettoso, che innescò reazioni a catena. Inoltre, i superstiti morirono a circa 8 ore dall'incidente ed i soccorsi non sarebbero stati in grado di aiutarli. Sulla causa dell'incidente giunsero ad una conclusione simile a quella dei ricercatori inglesi, che imputarono la prima esplosione ad una fuoriuscita di perossido d'idrogeno, il propellente dei siluri. Questo liquido sarebbe esploso innescando gli altri siluri.
Inizialmente fu ipotizzato che il Kursk avesse avuto una collisione con un qualche vascello non russo, non identificato. Questa ipotesi fu affermata da fonti russe, come dall'allora ministro della difesa Marshal Igor Sergeyev e dall'allora primo ministro Ilya Klebanov. Inoltre venne alla luce che quel giorno erano presenti due sottomarini statunitensi, che osservavano l'esercitazione: lo USS Memphis e lo USS Toledo, di classe Los Angeles. Gli Stati Uniti negarono immediatamente la collisione tra un loro sottomarino e il Kursk, anche se confermarono la presenza del Memphis e del Toledo.
Secondo un'altra teoria, comparsa su un documentario franco-canadese definito credibile da Maurice Stradling, ex alto funzionario del ministero della difesa britannico, il Memphis avrebbe dovuto osservare la situazione da distante, mentre il Toledo avrebbe invece avuto ordini di pedinare il Kursk. Il Toledo avrebbe urtato il sottomarino russo, senza tuttavia causargli gravi danni. Il Toledo, danneggiato, avrebbe tentato di allontanarsi, aiutato dal Memphis. Rilevando che il Kursk stava attivando i sistemi d'arma, il Memphis avrebbe lanciato un siluro di tipo Mark 48, colpendo in pieno la sezione di prua del sottomarino russo, che conteneva i siluri. Ciò avrebbe creato una reazione a catena innescando le cariche dei siluri del Kursk. Sempre secondo questa tesi gli Stati Uniti e la Federazione Russa si sarebbero successivamente accordate e i primi, responsabili dell'incidente, avrebbero indennizzato la Russia cancellando un debito di 10 miliardi di dollari.
I sostenitori di questa teoria indicano come prova le immagini del relitto del Kursk recuperato che mostrano un foro circolare rivolto verso l'interno, presente sulla fiancata e vicino al luogo dell'esplosione. In realtà i siluri standard come il Mark 48 sono progettati per esplodere in prossimità dello scafo, non essendo in grado di penetrarlo e quindi impossibilitati a fare "fori circolari".
All'ipotesi del siluro, ufficiali statunitensi ribatterono affermando che le unità USA erano distanti almeno 5 miglia. Inoltre il Toledo non sarebbe stato danneggiato e uno scontro con un mezzo delle dimensioni del Kursk avrebbe creato pochi danni all'unità russa e avrebbe quasi distrutto quella statunitense.
La teoria alternativa fu illustrata in un documentario francese del 2004 intitolato "Kursk: A submarine in Troubled Waters", ripreso in Italia dal programma La storia siamo noi, diretto da Giovanni Minoli.



Il K-141 Kursk era un sottomarino a propulsione nucleare della Flotta del Nord appartenente alla classe Oscar I/II. Il sottomarino, entrato in servizio nel 1995 presso la base di Severomorsk, era in grado di trasportare e lanciare missili a testata nucleare. Il suo dislocamento era di 10 700 tonnellate in superficie e 13 500 tonnellate in immersione, l'equipaggio tipico era composto da 52 ufficiali e 55 marinai, per un totale di 107 persone. Prima del suo affondamento era uno dei più moderni sottomarini in dotazione alla Voenno-Morskoj flot.
Il 12 agosto 2000 il sottomarino nucleare era impegnato nel mare di Barents in un'esercitazione militare navale nella quale avrebbe dovuto lanciare dei siluri a salve contro l'incrociatore nucleare, classe Kirov, Pjotr Velikij (in russo: Пётр Великий?, Pietro il Grande).
Alle 11:29 locali (07:28 UTC) furono lanciati dei siluri di prova, ma subito dopo vi fu un'esplosione, presumibilmente di uno dei siluri del Kursk, all'interno o nei pressi del sommergibile. L'esplosione aveva una potenza compresa tra i 100 e i 250 kg di TNT; in conseguenza delle lesioni allo scafo dovute alla esplosione il sottomarino si adagiò sul fondo a 108 metri di profondità, a circa 135 km da Severomorsk 69°40′N 37°35′E. Una seconda esplosione avvenne all'interno dello scafo 135 secondi dopo la prima, con una potenza esplosiva compresa tra le 3 e le 7 tonnellate di TNT. L'esplosione sollevò e poi fece ricadere sul sottomarino molti detriti.
Dopo vari tentativi di salvataggio, tutti falliti, da parte dei russi, una nave speciale norvegese equipaggiata con un batiscafo inglese si agganciò con successo al sottomarino affondato, trovandolo tuttavia completamente allagato, e senza alcun superstite.
L'incidente si rivelò fatale per la maggior parte dell'equipaggio, e solo 23 persone non perirono immediatamente. Essi, tra cui Dimitry Kolesnikov, si spostarono nel compartimento nove, attendendo i soccorsi. Anche questi sopravvissuti perirono successivamente, prima che i soccorsi potessero agire. La tragica situazione dei sopravvissuti venne alla luce grazie al ritrovamento di alcuni appunti scritti da Kolesnikov dopo l'incidente.
Dopo 48 ore la notizia divenne ufficiale, e il 16 agosto il capo di Stato Maggiore della Flotta Russa Mikhail Motsak annunciò la presenza di sopravvissuti, affermando che avrebbero avuto scorte di ossigeno per alcuni giorni. Si susseguirono alcuni tentativi di salvataggio russi: inizialmente venne usata una capsula di salvataggio Pritz e successivamente una capsula Bester più grande, ma i tentativi, quattro in tutto, fallirono a causa delle condizioni meteorologiche avverse.
Il giorno seguente Motsak ammise che la situazione era vicina alla catastrofe. Dopo il consenso da parte della Russia ad accettare aiuti, lo stesso giorno salparono dal porto di Trondheim i battelli norvegesi di salvataggio Normand Pioneer e Seaway Eagle con sommozzatori inglesi e norvegesi. Il loro tentativo consisterà nell'utilizzo di un mini sommergibile britannico chiamato LR5, giunto appositamente via aereo per unirsi alla spedizione di salvataggio.
Il 19 agosto la nave Normand Pioneer con il batiscafo LR5 giunse sul luogo dell'incidente. I gruppi di soccorso riuscirono ad aprire il portellone posteriore, trovando i compartimenti interni allagati. Il 21 agosto, dopo varie analisi ed ispezioni, viene concluso che non c'è alcun sopravvissuto e le operazioni di salvataggio vengono interrotte.

Molti aspetti dell'incidente del Kursk e dei tentativi di salvataggio furono costellati di polemiche e controversie, con molte notizie contraddittorie.

La commissione d'inchiesta fu guidata dal procuratore generale Vladimir Ustinov, e concluse il 29 giugno 2002 che le esplosioni a bordo del sottomarino russo furono causate da un siluro difettoso, che innescò delle reazioni a catena. Inoltre, i superstiti morirono circa 8 ore dall'inizio dell'incidente ed i soccorsi non sarebbero stati in grado di aiutarli. Sulla causa dell'incidente giunsero ad una conclusione simile a quella dei ricercatori inglesi, che imputarono la prima esplosione ad una fuoriuscita di perossido d'idrogeno, usato come propellente per i siluri. Questo liquido sarebbe esploso innescando gli altri siluri.
Inizialmente venne ipotizzato che il Kursk avesse avuto una collisione con un qualche vascello non russo, non identificato. Questa ipotesi venne affermata da fonti russe, come dall'allora ministro della difesa Marshal Igor Sergeyev e dall'allora primo ministro Ilya Klebanov. Inoltre venne alla luce che quel giorno erano presenti due sottomarini statunitensi, che osservavano l'esercitazione, lo USS Memphis e lo USS Toledo, di classe Los Angeles. Gli Stati Uniti negarono immediatamente la collisione tra un loro sottomarino e il Kursk, anche se confermarono la presenza del Memphis e del Toledo.
Secondo un'altra teoria, comparsa su un documentario franco-canadese definito credibile da Maurice Stradling, ex alto funzionario del ministero della difesa britannico, il Memphis avrebbe dovuto osservare la situazione da distante, mentre il Toledo avrebbe invece avuto ordini di pedinare il Kursk. Il Toledo avrebbe urtato il sottomarino russo, senza tuttavia causargli gravi danni. Il Toledo, danneggiato, avrebbe tentato di allontanarsi, aiutato dal Memphis. Rilevando che il Kursk stava attivando i sistemi d'arma, il Memphis avrebbe lanciato un siluro di tipo Mark 48, colpendo in pieno la sezione di prua del sommergibile russo, che conteneva i siluri. Ciò avrebbe creato una reazione a catena innescando le cariche dei siluri del Kursk. Sempre secondo questa tesi gli Stati Uniti e la Federazione Russa si sarebbero successivamente accordate e i primi, responsabili dell'incidente, avrebbero indennizzato la Russia cancellando un debito di 10 miliardi di dollari.
I sostenitori di questa teoria indicano come prova le immagini del relitto del Kursk quando venne recuperato che mostrerebbero un foro circolare, rivolto verso l'interno, presente sulla fiancata e vicino al luogo dell'esplosione.
All'ipotesi del siluro, ufficiali statunitensi ribatterono affermando che le unità USA erano distanti almeno 5 miglia. Inoltre il Memphis non sarebbe stato danneggiato e uno scontro con un mezzo delle dimensioni del Kursk avrebbe creato pochi danni all'unità russa e avrebbe quasi distrutto quella statunitense.
La teoria alternativa venne illustrata in un documentario francese del 2004 intitolato "Kursk: A submarine in Troubled Waters", ripreso in Italia dal programma La storia siamo noi, diretto da Giovanni Minoli.
Ad oggi non si è ancora giunti ad una verità accettata da tutti, visto che ogni teoria sembra avere valide, ma stravaganti ipotesi.



IL SILURO SUPERCAVITANTE: una delle probabili cause della tragica perdita dell’SSN “KURSK” può essere il lancio fallito di un nuovissimo siluro supercavitante Shkval-E in sperimentazione avanzata all’epoca dei tragici fatti.




Se alcuni di voi hanno visto il celebre film "Caccia all'Ottobre Rosso", probabilmente hanno una vaga idea della vita da sottomarino: dentro una bara di metallo è rinchiuso un equipaggio abituato a sopportare gli stenti della vita da sottomarino. Problemi con la riserva d'aria, problemi di pressione dovuta all'eccessiva profondità, problemi anche quando si cucina della cipolla, visto che l'odore che sprigiona è molto simile a quello delle vecchie batterie elettriche guaste.
Ma il vero spauracchio dell'equipaggio è il siluro. Uno o più addetti sonar sono all'ascolto per individuare una traccia sonora di un sottomarino nemico; non appena viene rilevata, in base allo spettrogramma, o solo dal rumore, si è in grado di capire che tipo di macchina sia, se sia un nemico o un alleato. E se ha lanciato un siluro nella direzione del vostro sottomarino.
Ed ecco che si mettono in azione le eliche a tutta potenza, si compiono manovre evasive allo scopo di evitare il bolide, si lanciano falsi bersagli per ingannare il nemico. Tutto questo però pare essere una serie di manovre destinate al passato della guerra sotto il livello del mare grazie ad un nuovo tipo di siluro: il siluro a supercavitazione.
 La supercavitazione è un fenomeno già noto da quasi un secolo grazie al suo parente non "super", la cavitazione. La cavitazione è capace di perforare delle eliche grazie a delle microbolle che si generano nell'acqua proprio per il movimento rotatorio delle eliche stesse, delle piccole esplosioni che penetrano nel metallo, riuscendo a provocare danni non indifferenti col passare del tempo. Oltre al fatto che l'esplosione di queste bolle provoca rumore e perdita di efficienza.
 La supercavitazione applicata ad un siluro invece è lo sfruttare la cavitazione ai suoi massimi effetti per realizzare un'arma che non lascia scampo ad alcun sottomarino.
Un siluro a supercavitazione sfrutta una nuvola di bolle di gas che rivestono il proiettile: avvolto in questo rivestimento più leggero dell'acqua, il siluro viaggia privo dell'attrito provocato dall'acqua sul metallo, riuscendo a raggiungere velocità strabilianti.
Se già un normale siluro è in grado di terrorizzare un intero equipaggio, immaginiamo questo scenario: un siluro a supercavitazione, avvolto nella sua nuvola di bolle di gas, viaggia ad una velocità di oltre 360 km/h, pari a 3-4 volte la normale velocità di un siluro ad elica. Raggiunge questa velocità utilizzando un motore a razzo, i cui gas di scarico vengono sfruttati per creare una bolla dentro la quale il missile non trova l'attrito che incontrarebbe se il suo involucro fosse a diretto contatto con l'acqua marina ad alta pressione.
In effetti il termine siluro non è il più appropriato: si tratta di un vero e proprio razzo progettato per viaggiare sott'acqua.
Al momento del lancio ha già acquisito una velocità di 90 km/h, e supererà entro pochi secondi i 300 mentre si dirige verso il suo bersaglio. Quello che potete fare, se il bersaglio siete voi, è pregare che la programmazione del siluro sia errata, che qualcuno al momento del lancio abbia effettuato un errore nel calcolare la vostra velocità, profondità o vettore di movimento. Perchè non c'è scampo se un solo siluro di questo tipo vi colpisce.



Il siluro a supercavitazione è stato inizialmente progettato nel 1960 dalla marina russa (dal Research Institute of applied Hydromechanics di Kiev) con il nome Shkval e la sigla VA-111, allo scopo di conquistare la superiorità strategica nelle battaglie sottomarine.
In realtà, il concetto iniziale che ha portato allo sviluppo del siluro a supercavitazione è quello di obbligare un sottomarino non localizzato che ha lanciato un siluro in direzione di un mezzo sovietico a svolgere una manovra evasiva rapida, rompendo il cavo di guida del siluro e rendendo innocuo il bolide diretto verso un sottomarino russo.
Sebbene sia stato segretamente (e molto limitatamente) utilizzato per i successivi 30 anni, la sua presentazione ufficiale risale al 1995, quando la Russia sorprese il mondo svelando che effettivamente esisteva un'arma di quella portata allo show internazionale sugli armamenti di Abu Dhabi.
Sebbene il prototipo iniziale sia stato scartato per problemi di guida e di raggio d'azione effettivo, l' Unione Sovietica ha prodotto subito un modello evoluto, per poi creare una variante "commerciale", lo Shkval-E, ora in possesso di molte marine mondiali come quasi sicuramente l'Iran (con il nome Hoot).




Le sue caratteristiche principali sono:
  • Raggiunge una velocità di circa 370 km/h, pari a 3-4 volte la velocità di un normale siluro
  • Può essere lanciato da normali tubi lanciasiluri
  • Può ospitare una testata di esplosivo convenzionale di 210 kg
  • Ha un raggio d'azione da 7 a 13 km.
A questo punto è facile immaginare come la CIA e la Marina americana abbiano iniziato a sbavare come labrador per possedere quella tecnologia. Un'arma con quelle caratteristiche avrebbe potuto essere un punto di forza estremamente importante per la supremazia negli oceani di tutto il mondo, e gli Stati Uniti erano fermamente intenzionati ad ottenere quella tecnologia.
Inizia così una delle operazioni di spionaggio meno conosciute dell' ultimo secolo.
Il 5 Aprile del 2000 la FSB (Russian Federal Security Service) russa arresta a Mosca Edmund Pope, un businessman americano, ed un suo complice russo, colpevoli di aver rubato piani scientifici segreti. La FSB ha dichiarato di aver sequestrato disegni tecnici relativi a diverse tecnologie militari, registrazioni audio di conversazioni di cittadini russi che lavoravano nell' ambito della difesa, e dollari americani utilizzati come compenso per ottenere questi piani.
Edmund Pope non era semplicemente un uomo d'affari proprietario di un'agenzia di sicurezza privata. In passato aveva lavorato per l'intelligence navale americana con il grado di capitano, e molto probabilmente al tempo del suo arresto continuava a collaborare segretamente con la marina per raccogliere informazioni sullo stato degli armamenti navali russi.
Il suo interesse, o meglio, quello della marina americana era per lo più incentrato sulla raccolta di informazioni e di disegni tecnici del missile Shkval.
Ma l'intelligence americana non voleva affidarsi al solo Pope, tant'è che poco dopo il suo arresto si scoprì che un altro americano, Daniel Howard Kiely, era sulle tracce degli stessi progetti dello Shkval. Kiely era un ricercatore coinvolto nello sviluppo di siluri per la marina americana allo Applied Research Laboratory della Pennsylvania State University, ed al tempo lavorava come supporto tecnico per le attività di intelligence di Pope.
Sebbene lo Shkval fosse un'arma da superiorità navale incredibile, il piano dell' intelligence non era quello di sottrarre i disegni tecnici per replicarne le caratteristiche di velocità e super-cavitazione, che potevano già essere replicate dalla tecnologia missilistica americana. Il piano era quello di sottrarre eventuali meccanismi di guida e di manovra del missile, punto sul quale lo US Office of Naval Research pareva essere ancora in acque alte.
Il progetto High-Speed Undersea Weaponry prevedeva infatti lo sviluppo di un'arma iperveloce come lo Shkval, ma che fosse in grado di essere manovrata in maniera più efficace del suo parente sovietico.
Attualmente, i siluri a supercavitazione sono in possesso di diverse marine mondiali. Sebbene il loro utilizzo pratico non sia ancora stato sperimentato, visto il tempo di relativa pace in cui viviamo e l'assenza di guerre navali, rappresentano un'arma in grado di lasciare poco scampo a qualunque sottomarino mai creato al mondo: data la sua velocità, a brevi distanze è estremamente difficile effettuare una manovra evasiva per schivare il bolide.

(Web, Google, Wikipedia, You Tube, Covert Shores)
























































Missile "Granit"





Lanciatori per missili Granit