lunedì 23 marzo 2020

I carri pesanti "IS" (dalle iniziali di Iosif Stalin, JS) furono una serie di carri sovietici sviluppati tra gli anni 1940 e 1950


IS (dalle iniziali di Iosif Stalin, noti anche come serie JS) furono una serie di carri armati pesanti sovietici, sviluppata tra gli anni 1940 e 1950 il cui ultimo stadio fu il carro T-10 M. Tratti comuni della serie sono l'armamento principale calibro 122 mm e una pesante corazzatura. I carri pesanti vennero progressivamente sostituiti nella dottrina militare russa dal più versatile concetto di carro armato da combattimento, ma molti esemplari rimasero operativi (per lo più come riserva strategica) fino agli anni novanta. La serie fu denominata "IS" ("ИС" nell'alfabeto cirillico) dalle iniziali di Iosif Stalin, che, all'atto della progettazione, era segretario del Partito Comunista dell'Unione Sovietica.




IS-1

Sviluppo

L'apparizione dei carri armati tedeschi Panzer VI Tiger I sul fronte europeo orientale della seconda guerra mondiale ebbe un'influenza decisiva nello sviluppo dei carri armati pesanti sovietici. Il KV-1 (in onore del ministro della guerra Kliment Efremovič Vorošilov), già assillato da problemi di lentezza e armamento insufficiente, fu giudicato del tutto inadatto a confrontarsi col nuovo mezzo tedesco. Nel marzo 1942 venne messo allo studio nella fabbrica carri sperimentale di Čeljabinsk un nuovo carro denominato KV-13.
I collaudi del nuovo mezzo non furono soddisfacenti, nonostante offrisse un livello di protezione significativamente migliore dei suoi predecessori e, di conseguenza, l'esercito si disinteressò velocemente al nuovo carro armato. Tuttavia il gruppo proseguì lo sviluppo, assemblando due nuove varianti del KV-13 nel dicembre 1942. Rispetto al carro originale, i nuovi esemplari avevano una torretta completamente ridisegnata.
Nel febbraio 1943, per decreto del GOKO, le Officine Kirov e la fabbrica di trattori di Čeljabinsk produssero due esemplari sperimentali, che furono battezzati carri "Iosif Stalin" (Vorošilov era ormai in disgrazia dopo le debacle del 1941). Il modello armato con cannone da 76,2 mm fu chiamato JS-1, mentre l'altro, armato con un obice trasportabile U-11 da 122 mm fu battezzato JS-2'.
Entrambi i modelli, testati a inizio primavera del '43, mostrarono buone performance: in generale, rispetto al KV-1S erano più veloci, meglio protetti e meno pesanti.
Corretti alcuni difetti di gioventù, si stava per mettere l'IS-1 in produzione quando, a aprile inoltrato del '43, arrivò a Kubinka il primo Tiger I catturato, per sottoporlo a test comparativi. Il risultato fu che la migliore arma per contrastare il nuovo carro tedesco era il cannone antiaereo da 85 mm 52-K m 1939, che, a distanze uguali o inferiori a 1000 m, era in grado di perforare la piastra frontale spessa 100 mm.
Il Gabinetto Centrale per la Progettazione dei Pezzi d'Artiglieria (TsAKB) fu incaricato di sviluppare e installare un nuovo pezzo da 85 mm per l'IS-1. Fin dall'inizio fu chiaro che sarebbe stato impossibile installare un cannone da 85 mm nella torretta non modificata dell'IS-1 senza ridurre in maniera sensibile lo spazio interno per l'equipaggio. Fu necessario quindi ingrandire la torretta e, di conseguenza, lo scafo fu allungato di 42 cm. A seguito dell'allungamento, venne anche aggiunta un'ulteriore ruota al treno di rotolamento. La nuova versione dell'IS-1 venne denominata "Oggetto #237" e messa in produzione in via sperimentale – 2 esemplari – nel luglio 1943: uno armato col cannone S-31 (ottenuto combinando la canna da 85 mm con la base dello Zis-5 da 76,2 mm per semplificare la produzione) e l'altro col D-5T (sviluppato per il SU-85). Alla fine fu scelta la combinazione armata col cannone D-5T, che venne ribattezzata IS-85.
Una piccola serie di carri fu prodotta nell'estate del 1943. Esaminati e approvati dall'establishment del Cremlino, furono messi in produzione di massa e presero servizio nell'Armata Rossa a partire dal 4 settembre dello stesso anno. Il carro riassunse la sua denominazione originale di IS-1 a partire dal marzo 1944.




Caratteristiche tecniche

Il carro è convenzionale, con torretta montata in posizione centrale leggermente avanzata e motore da 600 cv montato posteriormente in posizione trasversale.
La corazzatura è di acciaio omogeneo, fusa, spessa 120 mm in corrispondenza della porzione superiore della piastra frontale e 100 mm allo scudo della torretta. Sono molto protetti anche i lati, con 90 mm.
L'armamento principale è costituito da un cannone D-5T da 85 mm, mentre una mitragliatrice da 7,62 mm può essere montata (anche se, di fatto, non sempre l'equipaggio lo faceva) in un cupolino sul retro della torretta, analogamente al KV-1. Un'altra mitragliatrice da 7,62 mm è montata coassialmente al cannone.
L'equipaggio è di 4 persone (capocarro, cannoniere, pilota e servente). Il pilota siede anteriormente in posizione centrale, con le leve per il comando dei cingoli (per avanzamento e sterzata) alla sua destra e alla sua sinistra. La visibilità anteriore a portello chiuso è assicurata da una feritoia. I proiettili dell'armamento principale sono stivati in riservette intorno all'anello della torretta e sui lati della torretta stessa.
Il peso complessivo del carro è di circa 46 t. L'autonomia, in condizioni ottimali è di circa 250 km.




Impiego operativo

Tra settembre 1943 e gennaio 1944 vennero prodotti un po' più di 100 IS-1. Nel febbraio 1944, tutti i reggimenti di carri pesanti da sfondamento esistenti, equipaggiati coi carri KV, furono riequipaggiati con nuovo materiale. Simultaneamente, furono creati nuovi reggimenti coi nuovi carri IS. Durante l'addestramento i nuovi equipaggi ricevettero lo status di "guardie", a causa dell'importanza che veniva attribuita al loro compito. Cosa abbastanza peculiare, sui carri IS-1 di questi reggimenti erano presenti due ufficiali: il capocarro e il pilota avevano il grado di tenente. Il cannoniere e il servente erano sottufficiali, col grado di sergente. Non tutti gli equipaggi avevano esperienza di combattimento sui carri pesanti; questo si tradusse in alcune performance disastrose dei nuovi carri alla loro entrata in servizio operativa.
Una delle prime unità coinvolte in battaglia fu il 13º reggimento guardie carri pesanti da sfondamento, armato con 21 carri IS-1. Il 15 febbraio 1944 dovettero dare assistenza alla 109ª brigata carri durante l'assalto del villaggio di Lysisanka, nella regione di Fastov; gli avversari erano il III. Panzerkorps. Il comandante distaccò 5 carri IS-1 e li mandò all'assalto del villaggio. I tedeschi lasciarono avvicinare i russi fino a circa 600 m prima di aprire il fuoco da postazioni mimetizzate. Tutti i carri furono messi fuori combattimento, con due completamente bruciati e irrecuperabili. Ogni carro ricevette fino a sette colpi. Il villaggio fu catturato il giorno dopo in maniera più saggia, circondandolo e attendendo che i tedeschi finissero il carburante.
Il primo scontro verificabile tra IS-1 e Tiger avvenne il 4 marzo 1944. In Ucraina il 1º Reggimento guardie fu coinvolto in uno scontro con un raggruppamento di carri Tiger. Un IS-1 fu distrutto dalla distanza di 1500–1800 m mentre altri due furono immobilizzati. Durante lo scontro furono messi fuori combattimento, anche se non distrutti, due Tiger.
L'8 marzo un paio di IS-1 furono distrutti da una batteria di PaK 40 da 75 mm da cortissima distanza. Il primo carro ricevette otto colpi e il secondo quattro.
Il 15 marzo, quindici IS-1 del 13º Reggimento guardie sostennero un attacco della 50ª Brigata carri, vicino all'Uman'. Cinque IS-1 furono messi fuori combattimento dal tiro dei cannoni contraerei da 88 mm, altri tre furono immobilizzati da guasti meccanici, mentre uno cadde in un fiume. Durante la battaglia successe anche un fatto piuttosto raro: la corazzatura inferiore di un IS-1 fu perforata dal colpo del fucile anticarro Panzerbüchse da 7,92 mm.
Il 16 marzo una compagnia di Tiger colse in un'imboscata un gruppo di IS-1. Due carri andarono completamente bruciati insieme ai loro equipaggi.




IS-2 e IS-2m

Sviluppo

Dai primi impieghi operativi del IS-1 risultò subito evidente che questo carro non era né sufficientemente armato né sufficientemente protetto per i compiti che gli erano stati assegnati. In pratica, pur essendo superiore al KV, non era nettamente migliore del carro che avrebbe dovuto sostituire e, cosa ancor più grave, non era neppure marcatamente migliore dei suoi avversari diretti. Si decise pertanto di procedere ad un miglioramento dell'armamento e della protezione.
Dall'analisi della battaglia di Kursk emerse che l'arma controcarro con le migliori performance era il cannone divisionale da 122 mm A-19. Fu possibile installare l'A-19 anche sui carri armati, grazie all'adozione di ammortizzatori di rinculo, meccanismi per controllare l'alzo e altri sottosistemi mutuati dall'obice sperimentale U-11. Il progetto di massima fu approvato il 31 ottobre 1943.
Diversamente che nei cannoni più piccoli, fu necessario installare un freno di bocca, per ridurre vampa e polvere sollevata durante lo sparo. Il tipo impiegato inizialmente fu un modello a T, giudicato presto insoddisfacente e sostituito con uno di disegno tedesco in prima battuta e, in seguito, con uno totalmente nuovo e più pesante. I test si succedettero rapidamente e con esito soddisfacente. In particolare, durante i test di fuoco, la corazza laterale di un Panther fu completamente perforata e il lato opposto fu strappato dalle saldature. Il cannone così modificato venne adottato come 122 mm D-25T.
La prima parte della produzione fu consegnata nel dicembre del 1943, appena tre mesi dopo i primi IS-1. A partire da febbraio 1944 la produzione dei IS-1 venne sospesa e si produssero solo IS-2. Si evidenziarono presto, con l'uso operativo, alcuni problemi concernenti l'armamento, che non erano stati tenuti nel debito conto durante le prove. In primo luogo, il carro poteva trasportare solo 28 colpi, in luogo dei 59 portati dal IS-1. Poi la cadenza di fuoco era bassa, a causa delle munizioni costituite da proietto e carica separata.
Per correggere questo difetto fu adottata una culatta di differente disegno e parzialmente automatica, che consentiva una cadenza di 1,5 – 2 colpi al minuto, contro gli 1 originari. Inoltre, durante il primo incontro tra i IS-2 e i carri tedeschi, emerse che il proietto APHE BR-471 poteva penetrare la piastra frontale dei Panther solo a meno di 700 m. La corazza frontale dei Tiger I, invece, poteva essere perforata fino a 1200 m. Questo perché il proiettile, molto appuntito, tendeva a perforare più efficacemente corazze verticali (tipo Tiger), mentre rimbalzava da quelle inclinate del Panther. Alla fine, si giunse alla conclusione che le performance migliori le aveva il proietto ad alto esplosivo OF-471, che a volte riusciva a sradicare completamente la piastra frontale dalle saldature.
Ad ogni modo, a partire dall'estate del 1944, il problema della scarsa penetrazione dei proiettili AP scomparve. Questo fu dovuto, più che altro, alla sostituzione da parte dei tedeschi dell'acciaio al manganese con acciaio ad alto tasso di carbonio legato con nickel. Le corazze così composte tendevano ad essere decisamente più fragili, specialmente lungo le saldature.
Per quanto riguarda la protezione passiva, a partire dai primi mesi del 1944 fu fatto un tentativo per rendere più robusta la corazzatura del carro, sottoponendo le lastre a tempra drastica per innalzarne la durezza superficiale. Questo portò a un accresciuto numero di componenti necessari per la produzione dello scafo, oltre a costi produttivi più elevati. Alla fine si giunse a un nuovo disegno della parte frontale del carro, più filante e con un'inclinazione costante di 60° rispetto alla verticale. La nuova piastra frontale, prodotta dal maggio 1944, risultò impenetrabile all'88 mm KwK 36 anche se colpita da breve distanza. La parte inferiore del muso, inclinata di 30°, rimase più vulnerabile. Dal luglio 1944 pezzi di cingolo vennero attaccati ad essa come soluzione "artigianale" al problema. La torretta risultò impossibile da modificare. Disegnata per il cannone da 85 mm, risultava sbilanciata dal peso del 122 mm. Un'accresciuta corazzatura l'avrebbe ulteriormente sbilanciata, rendendo necessario un nuovo meccanismo di brandeggio.
Dopo queste modifiche il carro rimase sostanzialmente inalterato per tutto il corso della guerra e fino al 1954-55, quando fu intrapreso un programma di modernizzazione che diede origine al IS-2M.




Caratteristiche tecniche del IS-2

Il carro IS-2 è convenzionale, con torretta montata in posizione centrale leggermente avanzata e motore da 600 cv montato posteriormente in posizione trasversale. La corazzatura è di acciaio omogeneo, fusa, spessa 120 mm in corrispondenza della porzione superiore della piastra frontale e 100 mm allo scudo della torretta. Sono molto protetti anche i lati, con 90 mm.
L'armamento principale è costituito da un cannone da 122 mm D-25T, con proietti e cariche separati. Una mitragliatrice DT da 7,62 mm è montata coassialmente al cannone.
Rispetto al IS-1, la cupola del capocarro è leggermente spostata a sinistra e il periscopio PT4-17 è stato sostituito da un visore MK-IV. Sul portello del capocarro è installata una mitragliatrice pesante DŠK per difesa antiaerea. L'equipaggio è di 4 persone (capocarro, cannoniere, pilota e servente). Il pilota siede anteriormente in posizione centrale, con le leve per il comando dei cingoli (per avanzamento e sterzata) alla sua destra e alla sua sinistra. La visibilità anteriore a portello chiuso è assicurata da una feritoia. I proiettili dell'armamento principale sono stivati in riservette intorno all'anello della torretta e sui lati della torretta stessa.
Il peso complessivo del carro è di circa 46 t. L'autonomia, in condizioni ottimali è di circa 250 km.




Impiego operativo

Come il IS-1, il IS-2 ebbe il suo battesimo del fuoco durante le fasi finali della liberazione dell'Ucraina.
Le prime battaglie a cui prese parte furono quelle di Proskurovo-Černigovskaya e Uman'sko-Botočskaya. I reggimenti equipaggiati con questa macchina erano l'11° e il 72º Reggimento guardie.
Il 72º reggimento, incorporato nella 1ª Brigata corazzata Guardie, nel maggio 1944 prese parte ad azioni nei pressi di Obertin e, in 20 giorni di combattimenti, perse appena otto carri, distruggendo oltre quaranta Tiger e Sturmgeschütz III o IV, tre portamunizioni e dieci cannoni controcarro. Il carro si dimostrò in grado di sostenere anche elevati livelli di danno prima di capitolare.
In generale, i rapporti di danneggiamento dei IS-2 sono tutti simili. I carri venivano messi fuori combattimento solo da colpi di grosso calibro sparati a distanze inferiori agli 800 m, sui lati o sul retro. Per lo più, l'equipaggio era in grado di evacuare il veicolo illeso o con ferite leggere.
In definitiva, i IS-2 e i Panzer VI Tiger I e Panzer VI Tiger II ebbero solo ingaggi sporadici.
Il primo scontro tra IS-2 e Tiger II si ebbe il 13 agosto 1944. La compagnia comandata dal tenente Klimenkov distrusse due Tiger II. Contemporaneamente, il tenente Udalov ne distrusse altri tre.
Il 12 novembre ci fu un'altra schermaglia vicino a Budapest e il 12 gennaio 1945 vicino a Lisuv. In entrambi i casi, tutte e due le parti subirono grosse perdite.
Vale la pena di ricordare che l'88 mm del Tiger II aveva una migliore capacità di perforare le corazze, mentre il 122 mm sovietico grazie all'enorme energia cinetica era spesso in grado di far saltare la torretta o far detonare le munizioni all'interno dei carri avversari anche senza penetrare la corazza.
In totale, entro la fine del conflitto furono formate cinque brigate carri pesanti indipendenti. Due di esse presero parte alla battaglia di Berlino.
I IS-2 si rivelarono ottimi per neutralizzare le postazioni fortificate nemiche, dal momento che un singolo colpo da 122 mm poteva distruggere la cupola in cemento armato di un bunker.
A partire dai primi mesi del 1945, i carri furono impiegati sempre di più in ambiente urbano. I IS-2 ricevettero delle scudature aggiuntive, montate spaziate rispetto alla corazzatura principale, per proteggersi dai razzi a carica cava dei panzerfaust o altre armi simili. Il colpo distruggeva lo scudo superficiale, ma non perforava la corazza principale, sulla quale rimaneva un piccolo buco annerito, poco profondo, che gli equipaggi chiamavano "il bacio della strega". Durante i combattimenti in area urbana, gli equipaggi ricevettero anche l'ordine di combattere con i portelli chiusi, ma non bloccati. Questo permetteva di soccorrere gli equipaggi feriti, prevenendo, contemporaneamente, la possibilità che i nemici riuscissero a buttare bombe a mano dentro il carro da postazioni sopraelevate. La misura si rivelò efficace, e le perdite di equipaggi diminuirono. I tedeschi praticamente non poterono mai studiarlo a fondo, perché i russi erano padroni dei campi di battaglia e recuperavano i relitti dopo gli scontri.
Oltre che nell'Armata Rossa, il IS-2 servì nell'Esercito polacco. 71 carri furono destinati al 4º e al 5º reggimento carri pesanti. Durante la battaglia di Pomerania, i due reggimenti distrussero 31 carri nemici perdendone 14. Entrambi i reggimenti presero parte alla battaglia di Berlino. Nella primavera del '45, poco prima della liberazione di Praga, anche l'esercito cecoslovacco ricevette diversi IS-2.
All'inizio degli anni '50, diversi IS-2 furono forniti alla Cina. Secondo alcune fonti (ma l'informazione è da verificare), dei volontari cinesi potrebbero averli usati in Corea contro gli americani. Pare che operassero almeno quattro battaglioni cinesi indipendenti, ognuno con quattro compagnie di T-34/85 e una di IS-2 (cinque carri). I IS-2 furono forniti dalla Cina al Vietnam durante le guerre indocinesi. Cuba ricevette due reggimenti di IS-2 nei primi anni '60. I IS-2M operarono nell'esercito sovietico piuttosto a lungo, sopravvivendo ai IS-3 e ai IS-4.
Negli anni '70 erano usati in estremo oriente come fortini. L'ultimo utilizzo fu nel 1982 nel distretto di Odessa durante delle manovre. L'ordine ufficiale di rimozione dal servizio, comunque, fu emanato solamente nel 1995.




IS-3 e IS-3M

Sviluppo e caratteristiche

Lo sviluppo del IS-3 ebbe inizio nell'estate del 1944, con il nome di "Kirovets-1". Il progetto venne intrapreso dopo un'attenta analisi delle tipologie di danno inflitte dai tedeschi ai corazzati russi. All'epoca c'erano due modelli di carri pesanti allo studio: il primo (basato sugli object numero 244, numero 245 e numero 248) era caratterizzata da un'inedita piastra frontale a V rovesciata al posto della classica lastra piana. La nuova configurazione consentì di sagomare tutta la parte anteriore del carro, adottando anche delle "guancette" inclinate ai lati del muso. La soluzione permise di irrobustire il disegno senza aumentare il peso. La torretta, simile a quella dei precedenti carri IS, era saldata anziché fusa, dal momento che le fonderie erano perlopiù impegnate a produrre le torri dei IS-2 e dei T-34/85. Il secondo progetto era caratterizzato da una grossa torre arrotondata, vagamente rassomigliante una scodella rovesciata. La nuova torretta, grazie alla forma particolare, era in grado di deflettere più efficacemente i proiettili perforanti. Inoltre, la buona disposizione degli interni permetteva di minimizzare le dimensioni e, al contempo, di aumentare la corazzatura da 100 mm a 250 mm. Entrambi i progetti furono sottoposti a Malyšev, ministro della produzione dei carri armati, che, con acume, decise di combinare la torretta del secondo progetto con lo scafo del primo. Il nuovo carro, denominato "Oggetto #703", venne mostrato a Žukov e a Vasilevskij nell'ottobre del '44. Subito dopo, Stalin ordinò la sua messa in produzione. Il carro di serie si dimostrò robusto e ben protetto. L'armamento principale era costituito da un cannone da 122 mm A-19, con ventotto proietti a carica separata, assistito da un meccanismo di caricamento semiautomatico. Normalmente il carro trasportava 18 proietti ad alto esplosivo e 10 AP, distribuzione che suggerisce un impiego primario contro bersagli "morbidi". L'equipaggio era di quattro persone (pilota, comandante, cannoniere, servente). Per la prima volta su un carro russo, il pilota era dotato di portello con iposcopi anziché feritoie. L'iposcopio del pilota doveva però essere rimosso prima di aprire il portello. Il carro trasportava 450 litri di carburante internamente, inoltre poteva essere equipaggiato con quattro serbatoi esterni da 90 litri l'uno, connessi direttamente ai serbatoi principali. I serbatoi esterni erano dotati di meccanismo di sgancio di emergenza. Il IS-3 restò in produzione di massa fino a metà del 1946, con un totale di 2.311 esemplari prodotti. Inizialmente soffrì di numerosi difetti, legati a problemi di progettazione. I più seri erano: motore e cambio inaffidabili e problemi ad alcune componenti della torretta. Nel 1946 fu formata una commissione per analizzare e eliminare questi problemi, che propose un programma di ammodernamento e miglioria. Tra il 1948 e il 1950 tutti i carri furono ammodernati, rinforzando motore e cambio, sostituendo le ruote e rimpiazzando le radio 10-RK con più moderne 10-RT. Dopo il programma di modifica, il peso del carro si era innalzato a 48,8 t. Nonostante le modifiche, il veicolo continuò ad essere inaffidabile. Alla fine degli anni '50, il carro fu ammodernato nuovamente, dando vita al IS-3M. In definitiva, i carri modernizzati erano più o meno comparabili con gli altri carri russi, ma ormai erano divenuti obsoleti. Furono mandati in aree di stoccaggio e usati raramente.

Impiego operativo

Il primo gruppo di preserie di IS-3 lasciò la fabbrica a metà maggio 1945. Questi carri non parteciparono quindi ad alcun'azione nei teatri di guerra europei, nonostante i Tedeschi asserissero di averne distrutti molti durante la battaglia di Berlino. Almeno un reggimento di IS-3 fu inviato in Estremo Oriente, ma non è noto se siano mai stati coinvolti in azioni contro l'esercito giapponese. Il 7 settembre 1945 52 carri parteciparono alla parata della vittoria a Berlino, suscitando scalpore negli osservatori occidentali. I primi carri di serie, completi di ogni caratteristica progettuale, vennero prodotti nel 1946. Nello stesso anno, due carri furono anche inviati in Polonia a scopo di valutazione. Nel 1950 un carro fu inviato in Cecoslovacchia. La Cina ricevette diversi carri, solamente dopo la fine della guerra di Corea. L'unico impiego certificato di questo carro da parte dell'Armata Rossa fu nel 1956 a Budapest.
Verso la fine degli anni '50 l'esercito egiziano ricevette i primi tre IS-3, anche se la maggior parte fu acquisita tra il 1962 e il 1967. L'esercito israeliano catturò alcuni IS-3 nella Guerra dei sei giorni (1967) e nella Guerra dello Yom Kippur (1973) e li riequipaggiò con motore del T-54.

IS-4

Lo sviluppo di questo carro ebbe inizio nel 1944, col nome in codice di IS-4-701, come tentativo di sviluppare un carro pesante per la fine del conflitto e il dopoguerra. I prototipi di questo carro furono denominati "oggetto 701-2", "oggetto 701-5" e "oggetto 701-6". Alla fine, l'"oggetto 701-6" fu giudicato quello di maggior successo e accettato in servizio nel 1947 con la designazione di IS-4. Rispetto ai precedenti carri IS aveva uno scafo più lungo (con sette anziché sei ruote al treno di rotolamento) e una torretta a pianta leggermente più ampia, per consentire lo stivaggio di un maggior numero di munizioni. L'armamento rimaneva l'usuale 122 mm, affiancato da una mitragliatrice coassiale e da una contraerea di grosso calibro montata sulla cupola del capo-carro. Il carro armato imbarcava 30 colpi da 122 mm del tipo proietto/carica separata. Le munizioni erano sistemate in speciali contenitori di acciaio per prevenire detonazioni accidentali. Si ritiene che la produzione di massa di questo carro sia partita nel 1947 e che ne siano stati costruiti 250 esemplari. La maggior parte furono assegnati alle divisioni di stanza in estremo oriente. La produzione fu cancellata nel 1949 e poco dopo i carri furono tolti dal servizio. La corta vita operativa del veicolo si deve principalmente a problemi tecnici riguardanti la trasmissione, oltre che al peso eccessivo che lo rendeva logisticamente troppo impegnativo.

IS-5

Progetto iniziato nel 1944 alla fabbrica numero 100. Furono considerate diverse combinazioni di armamento, protezione e layout della torretta. Alla fine furono costruiti solo dei modellini in legno.

IS-6

Progetto sviluppato nel 1944 a Čelyabinsk, con la designazione di "object 253". Il carro, in seguito denominato IS-6, aveva uno scafo simile a quello del IS-2, con una trasmissione elettromeccanica. La motorizzazione poteva spingere il mezzo (che aveva un peso di 51,5 t) a 43 km/h. L'armamento principale era l'usuale A-19 da 122 mm, mentre la protezione era superiore a quella del IS-3 (benché inferiore al IS-4). La trasmissione elettro meccanica, che secondo i progettisti avrebbe dovuto influire positivamente sulla manovrabilità del carro, si rivelò inaffidabile, anche a causa del grosso peso del veicolo. Fu sviluppato anche un carro con trasmissione puramente meccanica, ma era ancora meno affidabile.

IS-7

Il progetto del IS-7 iniziò nel 1945, con il nome di "object 260". Lo scafo era costituito da piastre inclinate ad angolo molto acuto. Inizialmente venne realizzata solo una maquette in legno. Nel 1946 venne realizzato il primo prototipo funzionante (differente dal modello, ma con la stessa designazione). Il secondo prototipo, completato il 25 dicembre 1946, superò con successo un percorso di prova di 45 km. Il carro presentava una serie di soluzioni nuove, soprattutto per un mezzo russo. Aveva cingoli di acciaio con tasselli in gomma, ampiamente utilizzati in occidente, ma sempre rifiutati dai russi, ed era armato con un cannone S-26 da 130 mm, dotato di un peculiare freno di bocca traforato (detto a "pepiera"). La cadenza di fuoco era di 6-8 colpi al minuto, elevata in relazione al calibro del pezzo, ed ottenuta grazie a un meccanismo di caricamento automatico. Vennero prodotti due scafi e due torrette, che furono sottoposte a Kubinka al fuoco dei cannoni da 88 e 128 mm tedesco e 122 mm russo. I risultati furono usati per sviluppare la corazza definitiva.
Nel 1947 scafo e torretta furono ridisegnati, e la protezione aumentata. L'armamento principale fu aggiornato montando il cannone S-70 L 54, sempre da 130 mm. Un'altra novità fu un sistema (sulla cui reale efficacia non si hanno dati precisi), che avrebbe dovuto agganciare il cannone a un bersaglio e aprire il fuoco automaticamente. Nell'estate del 1948 furono prodotti quattro IS-7, che vennero inviati a Kubinka per i test. La corazza risultò pressoché invulnerabile, sostenendo con successo i colpi dei 128 e 130 mm.

IS-8, IS-9, T-10 e T-10 M

Alla fine del 1948, il GBTU emanò una specifica per un carro armato del peso non superiore alle 50 tonnellate. Il nuovo progetto ricevette la designazione di JS-8. Furono costruiti inizialmente un modello in scala 1:1 e un prototipo, seguiti da una piccola serie di 10 esemplari. Nella primavera del 1950 questi ultimi furono sottoposti a dei test a Kubinka. I test furono più o meno soddisfacenti, e la commissione esaminatrice espresse parere favorevole alla messa in produzione del nuovo mezzo, ma solo dopo una serie di modifiche.
Alla fine, le modifiche furono così numerose che il carro cambiò designazione due volte: venne prima chiamato JS-9 e poi JS-10. Nel 1953 Stalin morì. Anche a seguito del processo di destalinizzazione che ne seguì, la designazione del veicolo fu cambiata da JS-10 a T-10. Il T-10 era armato con un cannone D-25TA da 122 mm e una mitragliatrice coassiale DŠKM (un aggiornamento della DŠK) da 12,7 mm. Nel 1955 vennero prodotti i primi due prototipi: uno con il cannone stabilizzato sul piano verticale e l'altro con l'armamento principale stabilizzato su entrambi gli assi. La seconda variante fu accettata un anno più tardi con la designazione di T-10°. Nel 1957 fu prodotta un'ulteriore versione, il T-10B, che, oltre al cannone stabilizzato sui due assi, era dotata di mirini T2S-29-14. Nello stesso anno entrò in produzione anche il T-10M, caratterizzato da un cannone dalle caratteristiche balistiche migliorate (il M-62-T2 da 122 mm), dalla stabilizzazione su entrambi gli assi dell'armamento e da un sistema di visione notturna, un po' rudimentale per gli standard attuali, ma relativamente all'avanguardia per l'epoca. Il carro era anche dotato di mitragliatrice pesante contraerea. La corazzatura era in acciaio laminato compatto, con spessore fino a 210 mm. Nel 1963 il carro fu equipaggiato con un sistema per guado sul fondo dei fiumi, in grado di far attraversare corsi d'acqua profondi fino a 5 metri, mentre nel 1967 venne dotato di munizioni APDS e HEAT. L'equipaggio era di 4 persone. Non risulta che il mezzo sia mai stato utilizzato in combattimento. La produzione del T-10M terminò nel 1966. I mezzi in linea non furono sottoposti a programmi ufficiali di aggiornamento, anche se non si può escludere che un certo numero di T-10 siano stati dotati di apparati facilmente installabili, come un telemetro laser. Il T-10 è stato spesso descritto come il meglio protetto tra i carri russi degli anni '60 e, per alcuni versi, la sua capacità di sopravvivere sui campi di battaglia di un ipotetico teatro di guerra europeo era superiore a quella delle prime serie del T-72. Non è mai stato esportato e, a quanto sembra, avrebbe dovuto essere utilizzato come carro di rottura. Fu tenuto in riserva strategica fino al 1993, quando venne definitivamente radiato.

Izdeliye-Oggetto 277, 279 e 770

Legati alla storia della serie IS e con loro imparentati, ci sono anche tre prototipi di carro armato che, rispetto ai molti studi prodotti e mai concretizzati, arrivarono vicini alla fase costruttiva e introdussero concetti e soluzioni interessanti.
L'oggetto 277 riprendeva idee del JS-7 e del T-10. Era armato con un cannone da 130 mm e con una mitragliatrice coassiale KPVT da 14,5 mm. Il carro era inoltre equipaggiato con uno stabilizzatore assiale "Groza-2" e con un sistema di visione notturna. Il motore sviluppava 1090 cv. Si equipaggiò inoltre il mezzo con un sistema per la difesa da attacchi nucleari, un meccanismo per pulire automaticamente i visori e per guadi profondi.
L'oggetto 279 fu sviluppato nel 1957 e fu un veicolo piuttosto originale. L'impostazione del mezzo era classica, ma il problema della protezione fu risolto in modo nuovo: lo scafo del carro venne coperto con uno scudo ellittico, destinato a proteggerlo dalle granate HEAT e dagli effetti di un'esplosione nucleare, che avrebbe dovuto investirlo senza ribaltarlo. Lo spessore della corazzatura era di 269 mm sulla piastra frontale e 305 alla torretta. L'armamento era costituito da un cannone M-65 da 130 mm e da una mitragliatrice coassiale KPVT da 14,5 mm. Il carro era mosso da un motore diesel da 950 cv. L'equipaggio era di 4 uomini. Un'altra innovativa soluzione adottata riguardava il treno di rotolamento: era costituito da quattro cingoli accoppiati a due a due. Anche se l'altezza del carro risultava un po' elevata, l'idea permetteva di avere una pressione specifica sul terreno bassa, con, conseguentemente, un'ottima manovrabilità su terreni soffici, come fango o neve.
L'oggetto 770 fu una piattaforma di prova tecnologica. Incorporò diverse tecnologie all'avanguardia per l'epoca: uno dei primi sistemi NBC (efficace, per la verità, più contro gli attacchi nucleari che verso i bio-chimici), una girobussola, estintori automatici e visori notturni. La corazzatura era spessa 120 mm alla piastra frontale e 290 mm alla torretta. L'armamento constava di un cannone M-65 da 130 mm con 26 colpi e di una mitragliatrice da 14,5 mm. Il motore era un V 10 diesel da 1000 cv raffreddato a liquido. Il carro fu descritto da analisti militari come un'ottima realizzazione e servì per sviluppare soluzioni incorporate in modelli successivi.

ENGLISH

IS tank family

The IS Tank was a series of heavy tanks developed as a successor to the KV-series by the Soviet Union during World War II. The IS acronym is the anglicized initialism of Joseph Stalin (Ио́сиф Ста́лин, Iosif Stalin). The heavy tanks were designed with thick armor to counter German 88 mm guns and carried a main gun capable of defeating Tiger II, Tiger I, and Panther tanks. They were mainly designed as breakthrough tanks, firing a heavy high-explosive shell that was useful against entrenchments and bunkers. The IS-2 went into service in April 1944 and was used as a spearhead by the Red Army in the final stage of the Battle of Berlin. The IS-3 served on the Chinese-Soviet border, the Soviet invasion of Hungary, the Prague Spring and on both sides of the Six-Day War. The series eventually culminated in the T-10 heavy tank.

Design and production

Object 237 KV-85 IS-85/IS-1 and IS-2

The Object 237 prototype, a version of the cancelled KV-13, was accepted for production as the IS-85 heavy tank. First deliveries were made in October 1943, and the tanks went immediately into service. Production ended in January 1944. Its designation was simplified to IS-1 after the introduction of the IS-122, later renamed as IS-2 for security purposes.

Object 703 IS-3

There are two tanks known as IS-3: Object 244 was an IS-2 rearmed with the long-barrelled 85 mm cannon (D-5T-85-BM) and developed by the Leningrad Kirov Plant (LKZ), which was never series-produced for service use.
The IS-3 known as Object 703 is a Soviet heavy tank developed in late 1944. Its semi-hemispherical cast turret (resembling an upturned soup bowl), became the hallmark of post-war Soviet tanks. Its pike nose design would also mirrored by other tanks of the IS tank family such as the IS-7 and T-10 tank. Too late to see combat in World War II, the IS-3 participated in the Berlin Victory Parade of 1945, on the Chinese-Soviet border, the Soviet invasion of Hungary, the Prague Spring and the Six-Day War.

Object 701 IS-4

There are two tanks known as IS-4: Object 245 and Object 701. Object 245 was an IS-2 rearmed with a long 100 mm D-10T cannon.
The IS-4 known as the Object 701 was a Soviet heavy tank that started development in 1943 and began production in 1946. Derived from the IS-2 and part of the IS tank family the IS-4 featured a longer hull and increased armor. With the IS-3 already in production, and when sluggish mobility and decreased need for tanks (particularly heavy tanks) became an issue, many were sent to the Russian Far East with some eventually becoming pillboxes along the Chinese border in the 1960s. Less than 250 were produced.

Object 701 IS-5

The IS-5, is merely one of the many designations given to what would ultimately become the T-10 tank.

Object 252/253 IS-6

There existed two different IS-6s: the Object 253 was an attempt to develop a practical electrical transmission system for heavy tanks. Similar systems had been tested previously in France and the United States and had been used with limited success in the German Elefant/Ferdinand tank destroyer during World War II. The experimental transmission proved unreliable and was dangerously prone to overheating, and development was discontinued. The alternative Object 252 shared the same hull and turret as the Object 253, but used a different suspension with no return rollers, and a conventional mechanical transmission. The design was deemed to offer no significant advantages over the IS-2, just the reload time was less, and the IS-6 project was halted.

Object 260 IS-7

Main article: IS-7
The IS-7 heavy tank design began in Leningrad in 1945 by Nikolai Fedorovich Shashmurin and was developed in 1948. Weighing 68 tonnes, thickly armoured and armed with a 130 mm S-70 long-barrelled gun, it was the largest and heaviest member of the IS family.

Object 730 T-10

The IS-10 (also known as Objekt 730) was the final development of the KV and IS tank series. It was accepted into service in 1952 as the IS-10, but due to the political climate in the wake of Stalin's death in 1953, it was renamed T-10.
The biggest differences from its direct ancestor, the IS-3, were a longer hull, seven pairs of road wheels instead of six, a larger turret mounting a new gun with fume extractor, an improved diesel engine, and increased armour. General performance was similar, although the T-10 could carry more ammunition.
T-10s (like the earlier tanks they replaced) were deployed in independent tank regiments belonging to armies, and independent tank battalions belonging to divisions. These independent tank units could be attached to mechanized units, to support infantry operations and perform breakthroughs.
The T-10M is the final iteration of this type. It featured a longer gun barrel than previous models with 5-baffle muzzle brake and 14.5 mm machine gun. This was the last Soviet heavy tank to enter service. When the advanced T-64 MBT became available it replaced the T-10 in front line formations.

Combat history

The IS-2 saw combat late in World War II in small numbers, notably against Tiger I, Tiger II tanks and Elefant tank destroyers. The IS-3 saw service on the Chinese-Soviet border, the Soviet invasion of Hungary, the Prague Spring and on both sides of the Six-Day War. However the mobility and firepower of medium-tanks and the evolution of the main battle tank rendered heavy tanks obsolete.

Variants:
  • KV-85 A stopgap model built from a modified KV-1S hull mated to an Object 237(IS-1)'s turret and armed with the 85 mm D-5T.
  • IS-85 (IS-1) 1943 model armed with an 85 mm gun. When IS-2 production started, many were re-gunned with 122 mm guns before being issued.
  • IS-100 A prototype version armed with a 100 mm gun; it went into trials against the IS-122 which was armed with a 122 mm gun. Though the IS-100 was reported to have better anti-armor capabilities, the latter was chosen due to better all-around performance.
  • IS-122 (IS-2 model 1943) 1943 model, armed with A-19 122 mm gun.
  • IS-2 model 1944 (sometimes “IS-2m") 1944 improvement with D25-T 122 mm gun, with faster-loading drop breech and new fire control, and improved frontal hull armour using thinner armour with a more efficient shape.
  • IS-2M 1950s modernization of IS-2 tanks.
  • IS-3 1944 armor redesign, with new rounded turret, angular front hull casting, integrated stowage bins over the tracks. Internally similar to IS-2 model 1944, and produced concurrently. About 350 built during the war.
  • IS-3M (1952) Modernized version of IS-3. Fitted with additional jettisonable external fuel tanks and improved hull welding.
  • IS-4 1944 design, in competition against the IS-3. Longer hull and thicker armor than IS-2. About 250 were built, after the war.
  • IS-6 Prototype with an experimental electrical transmission. Chassis tested further with a conventional transmission after failure of the experimental system, but not deemed a significant enough improvement over existing heavy tank designs to warrant mass production.
  • IS-7 1946 prototype, only three built. The IS-7 model 1948 variant had a weight of 68 metric tons and it was armed with the 130 mm S-70 naval cannon (7020 mm long barrel). The assisted loader can achieve up to 8 rounds per minute. Other equipment included stabilizers, infrared night scopes, and 8 machine guns. The hull armor was 150 mm placed at 50-52 degree angles. On the turret, the frontal thickness was 240–350 mm at an angle of 45-0 degrees. The IS-7 had a crew of five, with the driver in the hull, the commander and gunner in the front of the turret, with both loaders in the rear of the turret. A Slostin machine gun was to be installed as its AA armament.
  • IS-10 1952 improvement with a longer hull, seven pairs of road wheels instead of six, a larger turret mounting a new gun with fume extractor, an improved diesel engine, and increased armor. Renamed T-10 as part of the Destalinization of the Soviet Union in the 1950s.

Operators:
  • China People's Liberation Army: 60 IS-2s delivered in 1950–1951. Operated during the Korean War and in concrete bunkers along the Sino-Soviet border.
  • Cuba Cuban Army: 41 IS-2Ms delivered in 1960.
  • Czechoslovakia Czechoslovak Army: 8 IS-2/IS-2M in service between 1945-1960. Two IS-3 delivered in 1949 were used only for trials and military parades.
  • East Germany - NVA: 60 IS-2 delivered 1956. Operated until 1963.
  • Egypt Egyptian Army: 100 IS-3M operated from 1956-1967, some in use in the Six-Day War 1967.
  • Nazi Germany - Wehrmacht: Captured one or two IS-2 in May 1945.
  • Hungary - Hungarian People's Army: 68 IS-2s in service between 1950-1956. After the crackdown of the Hungarian Revolution of 1956 all were returned to the Soviet Union.
  • Israel - IDF: Three IS-3M captured from Egypt in 1967. Reused as indirect fire artillery on the Sinai's Bar Lev line and as fixed turret bunkers fortifications along the Jordan Valley frontier.
  • North Korea - Korean People's Army: Small number of IS-2s; never deployed in combat in the Korean War.
  • Poland - Polish Land Forces: Approximately 71 IS-2s used in combat between 1944-1945. 180 IS-2s survived as of 1955, and remained in service until the 1960s; some later were converted to armoured recovery vehicles. Two IS-3s were bought in 1946 for trials only.
  • Romania - Romanian Land Forces: One IS-2 captured during clashes on the Romanian border between 28 May and 7 June 1944. The tank was subsequently exhibited in Bucharest.
  • South Ossetia - South Ossetian Army: Operated some IS-2s, IS-3s and T-10s until 1995.
  • Soviet Union - Red Army: Heavy Breakthrough Tank from 1944-1945.
  • Soviet Army: Phased out of service in the early-1970s.
  • Novorossiyan rebels - One IS-3, previously displayed on a pedestal in the village of Aleksandro-Kalynove near Kostiantynivka as a World War II memorial, used in combat by the Novorossiyan Armed Forces in the 2014 pro-Russian unrest in Ukraine. Kostiantynivka was retaken by Ukrainian forces on 7 July 2014, along with the IS-3.

Surviving vehicles

There are several surviving IS series tanks, with examples found at the following:

IS-2

  • Os. Górali standing tank, Kraków, Poland
  • Polish Army Museum, Warsaw, Poland - Museum of Arms in Fort Winiary, Poznań, Poland
  • Museum of Armoured Weapon in Training Center of Land Forces, Poznań, Poland.
  • Tank Museum of the People's Liberation Army, Beijing, China.
  • Liberty Park, Overloon, The Netherlands.
  • Museum of The History of Ukraine in World War II, Ukraine
  • Kurzeme Fortress Museum, Zante, Latvia.
  • Diorama Battle of Kursk, in Belgorod, Russia.
  • The American Heritage Museum, Greater Boston, USA
  • IS-2M Army Technical Museum, Lešany, Czech Republic (previously in Prague as a Monument to Soviet tank crews)
  • Imperial War Museum Duxford, England.
  • Kubinka Tank Museum, Russia.
  • Victory Park (Park Pobedy - Парк Победы), Ulyanovsk, Russia.
  • Victory Park at Poklonnaya Gora, Moscow, Russia.

IS-3 
  • IDF Armoured Corps Museum, Israel.
  • Museum of Armoured Arms, Training Center of Land Forces, Poznań, Poland (still operational)
  • Army Technical Museum, Lešany, Czech Republic (operational).
  • Polish Army Museum, Warsaw, Poland. (Fort Czerniaków branch of the Museum).
  • National Armor and Cavalry Museum, Fort Benning, Georgia, United States.
  • Victory Park in the northern part of Ulyanovsk, Russia.
  • Ulyanovskoe SVU, Ulyanovsk, Russia
  • Military Glory Museum, Gomel, Belarus.
  • Diorama Battle of Kursk, in Belgorod, Russia.
  • At least one IS-3 was used by the separatist government in Donbass before being captured by Ukrainian forces.

IS-3M
  • Egyptian National Military Museum, Cairo Citadel, Egypt.
  • Military Vehicle Technology Foundation, California, United States.
  • Royal Museum of the Armed Forces and of Military History, Brussels, Belgium. (still operational).

IS-4
  • Kubinka Tank Museum, Russia.
IS-7
  • Kubinka Tank Museum, Russia.

(Web, Google, Wikipedia, You Tube)




















































Anche il Giappone prepara l'Hypersonic Cruise Missile (HCM) e l'Hyper Velocity Gliding Projectile (HVGP)


Anche il Giappone, come gli USA, la Cina e la Russia, ha delineato la sua road map di ricerca e sviluppo per le sue armi ipersoniche di produzione nazionale, confermando che sta cercando una crescita incrementale delle capacità e fornendo ai “media” maggiori dettagli sui tipi di minacce che affronteranno queste nuove armi.



In un documento dell'Agenzia per l'Acquisizione, la Tecnologia e la Logistica, il governo giapponese ha confermato che saranno impiegate due classi di sistemi ipersonici standoff: 
  • il missile Hypersonic Cruise Missile (HCM);
  • l'Hyper Velocity Gliding Projectile (HVGP).

Il primo (HCM), sarà alimentato da un motore a scramjet e appare simile a un tipico missile, anche se è in grado di navigare a velocità molto più elevate e di viaggiare a lungo raggio.

L'HVGP, invece, sarà dotato di un motore a razzo a combustibile solido che aumenterà il carico utile della sua testata ad alta quota prima della separazione, quindi planerà verso il suo bersaglio usando la sua altitudine mantenendo alta la velocità fino all'impatto.

L'agenzia ha anche fornito maggiori dettagli riguardo al carico utile trasportato, con diverse testate previste sia per obiettivi terrestri che marittimi. 
La prima sarà una testa corazzata perforante progettata specificamente per penetrare "il ponte della portaerei", mentre la versione per l’attacco terrestre utilizzerà un proiettile ad alta densità, di forma esplosiva, o EFP, per la soppressione d'area.
Gli effetti di soppressione d'area per quest'ultimo sarà ottenuto attraverso l'uso di più EFP, che sono più comunemente noti come carica sagomata. Un EFP è costituito da un rivestimento metallico concavo di forma emisferica o conica sostenuto da un alto esplosivo, il tutto in un involucro di acciaio o alluminio. Quando l'alto esplosivo viene fatto esplodere, il rivestimento metallico viene compresso e schiacciato in avanti, formando un getto la cui punta può viaggiare fino a 6 miglia al secondo.
La road map del Giappone ha anche rivelato che il paese sta adottando un approccio incrementale per quanto riguarda la progettazione delle forme delle testate e lo sviluppo della tecnologia dei motori a combustibile solido, con l'intenzione di mettere in campo le prime versioni di entrambi nell'arco di tempo dal 2024 al 2028. Si prevede che entrino in servizio nei primi anni 2030.
L'agenzia prevede che entrambi i sistemi navigheranno via satellite con un sistema di navigazione inerziale come backup. Il Giappone sta cercando di stabilire una rete di sette satelliti per consentire il posizionamento continuo delle sue forze di autodifesa, che gli permetterà di fornire dati di navigazione continui senza dipendere da satelliti GPS stranieri o degli alleati.
La guida delle testate si otterrà sia tramite immagini a radiofrequenza convertite da dati doppler - che l'agenzia governativa ha detto che sarà in grado di identificare obiettivi navali furtivi in tutte le condizioni atmosferiche - sia tramite un ricercatore a infrarossi in grado di discriminare obiettivi specifici.
Il Giappone ha condotto attività di ricerca e sviluppo in varie aree relative alle armi ipersoniche per un certo numero di anni, anche se la maggior parte di esse è andata a beneficio di altri campi come la navigazione satellitare e i razzi a combustibile solido.
Rimane comunque ancora molto lavoro da fare in aree come i sistemi di guida ipersonica, la schermatura termica delle testate e dei corpi missilistici e i sistemi di propulsione ipersonica, in modo che il Giappone sia in grado di mettere in campo una valida capacità di stallo delle armi ipersoniche.
Il Giappone ha quindi già delineato il suo piano per i prossimi decenni per sviluppare e acquisire armi ipersoniche, ciò a causa delle preoccupazioni di Tokyo per le crescenti capacità militari dei paesi vicini come la Cina e la Corea del Nord.
Un rapporto di 18 pagine distribuito dal Ministero della Difesa (MoD) a Tokyo in occasione della mostra sulla difesa DSEI Japan 2019 del 18-20 novembre a Chiba ha dichiarato che il Giappone deve acquisire tecnologie di base che contribuiscano alla "realizzazione di una capacità di attacco difensivo di stand-off ... con proiettili ipersonici".
Secondo il Ministero della Difesa, il Paese del Nord-est asiatico sta cercando di raggiungere questo obiettivo in due fasi di sviluppo. La prima si concentrerà sullo sviluppo di componenti e tecnologie relative alla testata dell'arma, alla cellula e ai sistemi di controllo del fuoco, di guida e di propulsione. La seconda fase prevede l'utilizzo dei risultati della ricerca e sviluppo della prima fase per testare e valutare l'arma e le sue capacità.

Come già detto, il Giappone sta attualmente sviluppando due armi ipersoniche: l'Hyper Velocity Gliding Projectile (HVGP) e l'Hypersonic Cruising Missile.

L'HVGP è progettato per il lancio con un motore a razzo, con il proiettile (glide vehicle) che si separa da esso ad alta quota per poi planare a velocità ipersonica verso il suo bersaglio. L'HVGP, che sarà guidato da un sistema di navigazione inerziale (INS) con l'aiuto del Global Navigation Satellite System (GNSS) e sarà sviluppato in due varianti (Block I e Block II), con il Block II caratterizzato da una maggiore velocità e manovrabilità, secondo l'ATLA.

Come riportato da Jane nel settembre 2018, l'HVGP dovrebbe avere un raggio d'azione di diverse centinaia di chilometri. 

Ciò consentirebbe di utilizzare l'arma per il tiro dalle isole giapponesi sud-occidentali di Nansei (note anche come Ryukyu), che comprendono le controverse isole Senkaku / Diaoyu nel Mar Cinese Orientale. Le isole sono controllate dal Giappone, ma - come si sa - sono anche rivendicate dalla Cina e da Taiwan.

ENGLISH

Japan has outlined its research and development road map for its homegrown, standoff hypersonic weapons, confirming that it is seeking an incremental growth in capability and providing more details about the kinds of threats it is targeting with this new class of weapon.
In a Japanese-language document published on the Acquisition, Technology and Logistics Agency website, the government said two classes of standoff hypersonic systems will be deployed — the Hypersonic Cruise Missile (HCM) and the Hyper Velocity Gliding Projectile (HVGP).
The former will be powered by a scramjet engine and appears similar to a typical missile, albeit one that cruises at a much higher speed while capable of traveling at long ranges.
The HVGP, on the other hand, will feature a solid-fuel rocket engine that will boost its warhead payload to a high altitude before separation, where it will then glide to its target using its altitude to maintain high velocity until impact.
The agency also provided more details regarding warhead payloads, with different warheads planned for both seaborne and land targets. The former will be an armor-piercing warhead designed specifically for penetrating “the deck of the [aircraft] carrier,” while a land-attack version will utilize a high-density, explosively formed projectile, or EFP, for area suppression.
Area suppression effects for the latter will be achieved via the use of multiple EFPs, which are more commonly known as a shaped charge. An EFP is made up of a concave metal hemispherical or cone-shaped liner backed by a high explosive, all in a steel or aluminum casing. When the high explosive is detonated, the metal liner is compressed and squeezed forward, forming a jet whose tip may travel as fast as 6 miles per second.
Japan’s road map also revealed the country is taking an incremental approach with regard to designing the shapes of warheads and developing solid-fuel engine technology, with plans to field early versions of both in the 2024 to 2028 time frame. They are expected to enter service in the early 2030s.
The agency expects both systems to navigate via satellite navigation with an inertial navigation system as backup. Japan is seeking to establish a network of seven satellites to enable continuous positioning for its self-defense forces, which will enable it to provide continuous navigation data without relying on foreign satellites.
Warhead guidance is achieved via either radio-frequency imaging converted from doppler shift data — which the government agency said will be able to identify stealthy naval targets in all weather conditions — or an infrared seeker capable to discriminating specific targets.
Japan has been conducting R&D into various areas related to hypersonic weapons for a number of years, although most of it was to benefit other fields like satellite navigation and solid-fuel rockets.
More work remains, however, in areas like hypersonic guidance systems, warhead and missile-body thermal shielding, and hypersonic propulsion systems in order for Japan to be able to field a viable standoff hypersonic weapons capability.
Japan has outlined its plan for the coming decades to develop and acquire hypersonic weapons amid concerns by Tokyo of the growing military capabilities of neighbouring countries such as China and North Korea.
An 18-page report distributed by the Ministry of Defense (MoD) in Tokyo at the 18-20 November DSEI Japan 2019 defence exhibition in Chiba stated that Japan needs to acquire core technologies that contribute to the "realisation of a stand-off defensive attack capability … with hypersonic projectiles".
The Northeast Asian country is looking to achieve this in two development stages, according to the MoD. The first will focus on the development of components and technologies related to the weapon's warhead, airframe as well as fire-control, guidance, and propulsion systems. The second stage will involve using the R&D results from the first stage to test and evaluate the weapon and its capabilities.
Japan is currently developing two hypersonic weapons: the Hyper Velocity Gliding Projectile (HVGP) and the Hypersonic Cruising Missile.
The HVGP is designed for launch using a rocket motor, with the projectile (glide vehicle) separating from it at high altitude and then gliding at hypersonic speed to its target. The HVGP, which is set to be guided using an inertial navigation system (INS) aided by the Global Navigation Satellite System (GNSS), will be developed in two variants (Block I and Block II), with Block II featuring higher speed and manoeuvrability, according to the ATLA.
As Jane's reported in September 2018, the HVGP is expected to have a range of several hundred kilometres. This would enable the weapon to be used for island-to-island firing in Japan's southwestern Nansei (also known as Ryukyu) Islands, which include the disputed Senkaku/Diaoyu islands in the East China Sea. The islands are controlled by Japan but are also claimed by China and Taiwan.

(Web, Google, Wikipedia, defensenews, Jane’s, You Tube)















domenica 22 marzo 2020

Lo studio del Nobel per la Medicina Montagnier, il TG3 LEONARDO del 2015, REPORT del 30 marzo 2020: emerge una immensa imbecillità dei cinesi!



La diffusione del coronavirus ha avuto origine da Wuhan, dove è ubicato un laboratorio cinese che studia patogeni pericolosi: di recente il Nobel per la Medicina Montagnier: "Il genoma lo conferma, creato in laboratorio e sfuggito"...

Il coronavirus è un virus manipolato ed è uscito accidentalmente da un laboratorio cinese di Wuhan, dove si studiava un vaccino per l’Aids. È la teoria che Luc Montagnier, premio Nobel per la medicina nel 2008, ha spiegato in un podcast francese specializzato in medicina e salute. Secondo il professore, che nel 1983 ha scoperto l’Hiv come causa dell’epidemia di Aids, la Sars-CoV-2 è un virus è che stato lavorato e rilasciato accidentalmente da un laboratorio di Wuhan, specializzato nella ricerca sui coronavirus, nell’ultimo trimestre del 2019.

“Con il mio collega, il biomatematico Jean-Claude Perez, abbiamo analizzato attentamente la descrizione del genoma di questo virus Rna”, ha spiegato Montagnier. “Non siamo stati i primi - ha specificato - un gruppo di ricercatori indiani ha cercato di pubblicare uno studio che mostra che il genoma completo di questo virus ha all’interno delle sequenze di un altro virus, che è quello dell’Aids. Il gruppo indiano ha ritrattato dopo la pubblicazione, ma la verità scientifica emerge sempre. La sequenza dell’Aids - ha concluso il Nobel - è stata inserita nel genoma del coronavirus per tentare di fare il vaccino”. 















La guerra segreta contro i falsari da laboratorio

La Cina è un mercato redditizio per reagenti contraffatti, un problema serio sia per gli scienziati cinesi sia per la comunità scientifica globale, poiché questi falsi prodotti destinati ai laboratori hanno contribuito al fallimento di esperimenti. Alcuni ricercatori però sono passati al contrattacco.
Nel 2013 Huang Song è entrato in una stamperia in un quartiere a nord-ovest di Pechino e per caso ha scoperto le prove di un'impresa criminale sfacciata e diffusa. Huang era a soli 15 chilometri dall'Istituto nazionale di scienze biologiche di Pechino, dove fa ricerca nel campo della biologia sintetica. Cercava una piccola macchina da tavolo per produrre le centinaia di etichette necessarie ai suoi esperimenti, e aveva chiesto se un determinato modello poteva stampare su carta resistente al calore. Il proprietario del negozio orgogliosamente aveva tirato fuori alcuni campioni che aveva fatto per i clienti che usavano quella stessa macchina.
Huang era rimasto sconvolto nel vedere nomi come Abcam e Cell Signaling Technology sulle etichette che sembravano proprio come quelle delle fiale di costosi anticorpi prodotti dalle aziende occidentali. Anche se la scritta non significava nulla per l'amichevole proprietario del negozio, per Huang ciò confermava quello che lui e un certo numero di suoi colleghi sospettavano da tempo: molti degli anticorpi venduti dai distributori cinesi non erano quello che avrebbero dovuto essere. I falsari stavano mettendo sul mercato reagenti di ricerca contraffatti e diluiti, e questo negozio a Zhongguancun, il più importante parco tecnologico di Pechino, era uno dei luoghi in cui acquistavano macchine per le loro etichette. "Avevo dei sospetti, e quella era la conferma", racconta Huang.
La Cina è famosa per DVD, borse Louis Vuitton e orologi Rolex falsi. Ma i reagenti contraffatti non sono in vendita negli affollati mercati pubblici. Sono venduti tramite sofisticati siti web, mescolati a forniture legittime, acquistate e vendute usando una rete di partner inconsapevoli, come il negoziante di Zhongguancun. Addirittura il personale addetto alle pulizie dell'università è stato implicato nel processo clandestino che crea prodotti di laboratorio contraffatti,
inclusi reagenti chimici di base, siero per colture cellulari e kit standard di laboratorio. Anche se è difficile quantificare gli effetti di questo commercio illegale, gli scienziati cinesi e alcuni in Europa e in Nord America affermano che i prodotti falsi li hanno portati fuori strada, con perdita di tempo e materiali.
Qualcuno in Cina teme che il problema possa minare gli sforzi del paese per diventare uno dei leader mondiali in campo scientifico. Le opzioni per combattere i falsari sono limitate. Le aziende che producono i reagenti i cui marchi sono stati contraffatti – e gli scienziati ingannati dai falsi – hanno desistito dall'intraprendere azioni legali, in parte perché sono in imbarazzo e in parte perché hanno poca fiducia nel fatto che le autorità di contrasto del fenomeno possano scalfire questo commercio. "Non si possono fermare dal provarci: il margine di profitto è troppo alto", afferma Huang.
Scienziati e fornitori stanno ora ideando strategie che potrebbero aiutare a cambiare l'equazione. I principali produttori di reagenti hanno lanciato campagne educative. Gli scienziati stanno condividendo i racconti delle loro disavventure, insieme con suggerimenti per evitare forniture fraudolente. E Huang ha contribuito a creare un'impresa a partecipazione statale che importa reagenti e sfrutta nuove procedure doganali e di quarantena, il che potrebbe contribuire a ridurre il mercato dei falsi. Ma queste misure non aiuteranno tutti. I ricercatori delle università e degli istituti fuori dei grandi centri come Pechino e Shanghai sono particolarmente a rischio. "Conosco tanti laboratori che ancora acquistano e usano falsi reagenti chimici importati", spiega Can Xie, biofisico dell'Università di Pechino. "Mi dispiace per loro".

La catena dei fornitori

La Cina è un bersaglio attraente per questa forma specializzata di contraffazione. Gli investimenti nella ricerca sono aumentati rapidamente: negli ultimi dieci anni il budget della scienza biomedica per la National Science Foundation cinese è quadruplicato. E l'enorme dimensione del paese fa sì che le aziende straniere, incapaci di tenere il passo con la domanda e riluttanti a barcamenarsi nel complicato sistema di distribuzione della Cina, sono diventati dipendenti dai distributori locali. "Il paese pone molti problemi di distribuzione e le spedizioni sono difficili dal punto di vista logistico", afferma Jay Dong, vicepresidente globale e direttore generale dell'area Asia-Pacifico di Cell Signaling Technology, produttore di anticorpi con sede a Danvers, in Massachusetts.
Quindi le aziende locali spesso svolgono un ruolo di distribuzione molto importante. Alcune sono autorizzate dai produttori. Molte altre tuttavia non lo sono, e spesso è difficile per gli scienziati capire la differenza, dice Jack Leng, amministratore delegato di Shanghai Universal Biotech, uno dei maggiori distributori di anticorpi in Cina. I commercianti poco raccomandabili possono trarre vantaggio dai prezzi gonfiati e dalle lunghe attese create dalle ostiche dogane della Cina e dalle misure di controllo della qualità. Offrono prezzi bassi e un servizio veloce per quelli che sembrano gli stessi prodotti, a volte affermando che le merci sono state introdotte di contrabbando nel paese. "La contraffazione è evidente in Cina più che in altri paesi", dice Dong.
Xie, che ha lavorato negli Stati Uniti come postdoc, dice che ci sono voluti pochi anni dopo il suo ritorno in Cina nel 2009 per rendersi conto che alcuni reagenti chimici che stava acquistando erano scadenti. I distributori, racconta, affermavano di rappresentare aziende straniere con prodotti di prima qualità, mentre in effetti stavano vendendo versioni a basso costo prodotte a livello nazionale. Non è in grado di affermare con certezza che i reagenti impuri e di scarsa qualità siano stati responsabili del fallimento degli esperimenti, ma aggiunge che "qualche misteriosa sostanza insolubile" trovata in alcune soluzioni avrebbe dovuto far scattare un segnale di allarme. Ora acquista solo da aziende note con filiali in Cina.
Huang, che è vicedirettore dell'amministrazione presso il suo istituto, è stato testimone di disavventure simili capitate a un collega nel 2012, quando, sei mesi dopo aver pubblicato un articolo, ha scoperto di non poter ripetere i risultati di alcuni esperimenti. Il ricercatore ha effettuato tutti i controlli standard per questo tipo di problemi e ha chiesto aiuto ai suoi colleghi. Alla fine ha scoperto che un reagente usato per introdurre il DNA nelle cellule stava ostacolando i suoi sforzi di replicazione dei risultati. Ora Huang attribuisce i problemi a una contraffazione. "L'ultima cosa a cui pensi è il reagente", dice. "Questo è il tipo di stress che può costarti parecchio".
Gli anticorpi contraffatti sono una fonte di ostacoli particolarmente diffusa. Gli anticorpi sono fondamentali in una serie di esperimenti biologici, perché offrono la possibilità di marcare e tracciare le proteine in un'ampia gamma di sistemi viventi. Ma anche quelli incontaminati presentano alcune difficoltà: ci possono essere variazioni naturali da lotto a lotto, e potrebbero marcare le proteine sbagliate.
Queste incertezze rendono i falsi difficili da scovare. "Le ragioni di un risultato negativo possono essere diverse", dice Zhu Weimin, vicepresidente senior della divisione di tecnologia anticorpale di Abcam, con sede a Cambridge, in Regno Unito, che ha una filiale regionale a Shanghai. "Il problema è serio".
Gli effetti di questa combinazione di confusione e di incertezza non sono limitati alla Cina. Nel 2012, per esempio, i ricercatori di Londra e Bialystok, in Polonia, hanno riferito di aver usato un kit basato su anticorpi, chiamato ELISA, per rilevare una certa proteina nel sangue delle persone con malattia renale cronica. Ma quando lo specialista Herbert Lin, del Massachusetts General Hospital di Boston, ha acquistato lo stesso kit – marcato come prodotto della USCN Life Science di Wuhan, in Cina – e lo ha sottoposto a prove rigorose, ha scoperto che il kit marcava una proteina diversa. Gli autori dello studio originale hanno convenuto che ormai era chiaro che l'anticorpo puntava la proteina errata. "Il fatto che non abbiamo ricevuto risposte dai produttori a un paio di e-mail riguardo al loro saggio avrebbe forse dovuto allertarci che c'era qualcosa di sbagliato", hanno scritto.
L'oncologo ricercatore Ioannis Prassas, del Mount Sinai Hospital di Toronto, in Canada, ha avuto un'esperienza simile con i kit ELISA con marchio USCN. Prassas dice che il suo gruppo ha impiegato due anni e circa 500.000 dollari per cercare d'identificare il problema.
Chris Sun, responsabile dello sviluppo tecnologico di Cloud-Clone Corporation, azienda di Wuhan che vende prodotti USCN, dice che la società ha esaminato il kit acquistato da Prassas, ma non ha mai identificato il problema. Ha rimborsato parzialmente Prassas. Sun nega che l'azienda vendesse intenzionalmente cattivi anticorpi. "Abbiamo migliaia di anticorpi che produciamo noi stessi. Non abbiamo motivo di usare anticorpi falsi quando abbiamo quelli autentici", dice, aggiungendo che non risulta alcuna registrazione di un reclamo sul kit con cui Lin ha trovato problemi.
La maggior parte dei kit USCN sono venduti tramite distributori, aggiunge Sun, e a volte l'azienda ha trovato prodotti contraffatti spacciati per prodotti USCN.
Stimare le dimensioni del problema è difficile, anche se alcune aziende ci stanno provando. Alla fine dell'anno scorso, Abcam ha tirato le somme di circa un anno di segnalazioni ricevute dagli scienziati cinesi preoccupati dell'autenticità dei prodotti con marchio Abcam. Dopo aver controllato codici a barre, numeri di lotto e periodi di acquisto, l'azienda ha stabilito che i prodotti falsi erano responsabili del 42 per cento delle centinaia di casi segnalati.

Ingredienti segreti

Ciò che gli scienziati stanno trovando nei flaconi è molto variabile. A volte, gli anticorpi comuni e a basso costo sono ri-etichettati e venduti come anticorpi rari e costosi, dice Jade Zhang, direttore generale della filiale di Shanghai di Abcam. I falsari cercheranno di trovare un anticorpo di peso molecolare simile in modo che gli scienziati che eseguono un test rapido per verificare i reagenti non si allarmino. Ma negli esperimenti, gli anticorpi mancheranno i loro obiettivi.
Più comune rispetto alla sostituzione dell'anticorpo è la diluizione. I falsari acquistano prodotti autentici da distributori cinesi o di oltremare, e poi diluiscono una confezione per ottenerne cinque, dice Leng. "I clienti hanno quindi versioni molto più deboli. A volte possono usarli, a volte no".
I falsari "si sforzano molto per replicare il nostro imballaggio, creando provette ed etichette così simili alle nostre che può essere difficile accorgersi della differenza", dice Dong. "Il problema della contraffazione sembra provenire da un segmento di mercato piccolo ma attivo".
E molti dei soggetti coinvolti non si rendono conto di esserlo. Il proprietario del negozio di Zhongguancun non aveva idea di essere invischiato in attività illegali. "Sono tutti parte di una catena, ma non sono malvagi", dice Huang.
Nel 2015, Huang aveva notato nel suo laboratorio un'addetta alle pulizie che tirava fuori i flaconi dalla spazzatura e li metteva da parte. Stupito, le aveva chiesto perché. "L'avevo avvertita che non doveva bere da quei flaconi", dice. La donna aveva risposto che qualcuno era disposto a comprarli per 40 yuan (circa cinque dollari) al pezzo. È stato un altro momento illuminante.
In origine le bottiglie contenevano siero fetale bovino (FBS), un prodotto molto usato per le colture cellulari, derivato dal sangue raccolto nei macelli. Ma un divieto per le importazioni di prodotti bovini da Stati Uniti, Australia e Nuova Zelanda, a causa di malattie infettive, aveva messo a dura prova le forniture di FBS di alta qualità.
Il prezzo per le riserve di siero da luoghi vietati è raddoppiato negli ultimi anni, arrivando a circa 10.000 yuan a flacone. Siero fetale bovino di bassa qualità di altra origine costa circa un quarto rispetto alle importazioni vietate, ma è un cattivo sostituto. Thermo Fisher Scientific di Waltham, nel Massachusetts, che produce una delle marche di siero più diffuse, consapevole del problema, ha creato etichette e flaconi difficili da duplicare. È così che sono iniziati i tentativo di riciclaggio degli addetti alle pulizie. I falsari possono semplicemente ricaricare i flaconi con FBS di bassa qualità e venderli a prezzo più alto.
È difficile sapere quanto sia diffuso il problema, ma Huang azzarda una stima di massima: dato il numero di flaconi consumati e scartati dai grandi laboratori, nella sola Pechino il potenziale mercato dei falsari di FBS potrebbe essere di decine di milioni di yuan all'anno.

Alcuni si chiedono se il virus sia stato “accidentalmente” rilasciato.

Un laboratorio di biosicurezza di livello 4 che studia i “patogeni più pericolosi al mondo” ha sede a Wuhan, epicentro dell’epidemia di coronavirus che ha colpito la Cina, portando alcuni a sostenere che il virus sarebbe stato accidentalmente rilasciato.
In un articolo del 2017, Nature ha fatto riferimento all’Istituto di ricerca medica dell’Università di Wuhan, che ospita il laboratorio di biosicurezza livello 4 (BSL-4), che è costato 300 milioni di yuan (44 milioni di dollari USA).
Tra gli scopi del laboratorio vi era anche un piano per studiare “l’agente patogeno che causa la SARS”, spingendo la rivista Nature a riportare le preoccupazioni sulla sicurezza del laboratorio.
“Il virus SARS è fuggito dalle strutture di contenimento di alto livello a Pechino più volte”, osserva l’articolo, facendo riferimento a Richard Ebright, un biologo molecolare della Rutgers University.
Sul sito di Zero Hedge ci si chiede se il laboratorio di Wuhan sia “la versione cinese dell’Umbrella Corp”, un riferimento alla società farmaceutica dell’universo di Resident Evil che ha segretamente sviluppato armi biologiche.
Secondo il loro articolo, l’ubicazione del centro di ricerca di Wuhan “pone la domanda immediata se l’epidemia di coronavirus non sia un virus armato che è appena sfuggito al controllo del laboratorio”.

Il «laboratorio militare» di Wuhan e «i piani segreti per le armi chimiche» - Cosa scriveva Nature nel 2017


Il nuovo coronavirus spaventa il mondo. Mentre crescono vittime e contagi, con migliaia di casi accertati e purtroppo di deceduti anche in Italia.
Tutti ci interrogiamo sulle origini del virus 2019-nCoV. 
Molti ricercatori sembrano escluderne la genesi nell'ambito di un mercato di Wuhan, la megalopoli che è l'epicentro dell'epidemia. Tra le ipotesi in campo quella della contaminazione partita per errore dal laboratorio di biosicurezza di livello 4 (BSL-4) di Wuhan. Due anni fa la prestigiosa rivista scientifica Nature aveva parlato del "piano per costruire tra i cinque e i sette laboratori di biosicurezza di livello 4 (BSL-4) in tutto il continente cinese entro il 2025" che "ha generato molta eccitazione, ma anche innumerevoli perplessità". 
"Fuori della Cina, alcuni scienziati si preoccupano infatti che gli agenti patogeni possano essere fuoriusciti per errore umano dall'impianto, aggiungendo una dimensione biologica alle tensioni geopolitiche tra la Cina e altre nazioni", si legge nell'articolo pubblicato il 23 febbraio 2017 e rilanciato in Italia da Le Scienze, versione italiana di Scientific American. "BSL-4 è il massimo livello di biocontenimento", spiega l'articolo, ma "queste strutture sono spesso controverse. Il primo laboratorio BSL-4 in Giappone è stato costruito nel 1981, ma ha lavorato su agenti patogeni a basso rischio fino al 2015, quando le preoccupazioni relative alla sicurezza sono state finalmente superate". 

Ipotizzare che l’origine dell’epidemia a Wuhan si trovi in un laboratorio biologico vicino non è sbagliato, bisogna però valutare quali sono le fonti e cosa dicono esattamente

Paolo Liguori parla in diretta al TgCom24 di una fonte anonima affidabile, la quale avrebbe riferito che il focolaio del nuovo coronavirus cinese avrebbe origine «dal laboratorio di Wuhan, di cui le riviste occidentali si erano già interessate». Il Direttore mostra così la copertina di Nature del 2017, con l’articolo di David Cyranoski, da noi già trattato in un precedente articolo, dove si sollevarono dubbi sulla sicurezza di un laboratorio del genere.
Come avevamo già evidenziato, chi si è occupato di studiare le origini del virus – compreso Cyranoski, in una recente critica sull’origine dai serpenti – non ha sostenuto la tesi di una origine “artificiale”.La notizia è stata rilanciata in questi giorni nel web, senza ausilio di una “Gola profonda”. Forse non è stata letta con attenzione, prima di ascoltare altre fonti. Cerchiamo allora di fare chiarezza, premesso che fare ipotesi del genere è legittimo, ma occorrono prove solide.

Un laboratorio militare in cui si studiano «armi chimiche»?

Sul TgCom24 la narrazione prosegue, parlando di «laboratorio militare» nel centro di Wuhan, e di un «programma segreto sulle armi chimiche». Il National Bio-safety Laboratory è un centro di ricerca, progettato per studiare la prevenzione e il controllo delle malattie infettive emergenti.
«Certificato come conforme agli standard e ai criteri di BSL-4 – continua Cyranoski su Nature – dal China National Accreditation Service for Conformity Assessment (CNAS)», con approvazione del Ministero della salute cinese.
Tra i criteri di sicurezza, oltre al filtraggio dell’aria, è previsto  il trattamento di acqua e rifiuti, mentre i ricercatori si cambiano i vestiti e fanno una doccia – prima e dopo l’utilizzo delle strutture – tutto nell’ambito di una collaborazione coi ricercatori francesi. Esiste una rete di laboratori di questo tipo nel Mondo. Cyranoski riporta che erano una dozzina, sparsi in Giappone, negli Stati Uniti e in Europa. Alla faccia del piano segreto per sviluppare armi chimiche.

Qual è lo scopo del Bio-safety Laboratory di Wuhan?

Laboratori di questo tipo: Bsl (Bio-safety Laboratory), sono attrezzati allo scopo di studiare le «malattie emergenti – continua Cyranoski – memorizzerà i virus purificati e fungerà da “laboratorio di riferimento” dell’Organizzazione mondiale della sanità collegato a laboratori simili in tutto il mondo».
Difficile definirlo un laboratorio militare in cui vengono portati avanti piani segreti.
«Il laboratorio è stato progettato e costruito con l’assistenza francese – spiega Cyranoski – nell’ambito di un accordo cooperativo del 2004 sulla prevenzione e il controllo delle malattie infettive emergenti. 

Ma la complessità del progetto, la mancanza di esperienza della Cina, la difficoltà di mantenere i finanziamenti e le lunghe procedure di approvazione del governo hanno comportato che la costruzione non fosse terminata fino alla fine del 2014».
Il Wuahn Institute of Virology – non proprio una caserma – che ospita il laboratorio, non sembra nemmeno nel centro della città, stando a quanto possiamo vedere con Google maps.

La “Gola profonda” del Washington Times

Si citano quindi le dichiarazioni al Washington Times (da non confondere col Washington Post), di un presunto ex ufficiale dei servizi israeliani, Dany Shoham, esperto di guerra batteriologica, secondo il quale il laboratorio farebbe parte di un più vasto progetto segreto sulle «armi chimiche» (ma il Washington Times parla di «bio-warfare», ovvero “guerra biologica“), sfuggito evidentemente ai colleghi di tutto il mondo dal 2017 a oggi.
Ovviamente, per stessa ammissione del TgCom24, non ci sono prove, ragione per cui, risulta di difficile comprensione l’esigenza di far circolare narrazioni simili.
Il 27 gennaio i debunker del circuito di Poynter hanno contattato Dany Shoham, il quale smentisce di aver affermato che il coronavirus possa essere originato dal laboratorio di Wuhan.
«Ho suggerito un possibile collegamento al programma di guerra biologica cinese – afferma Shoham – sotto forma di fuga del virus, ma ho aggiunto che: “finora non ci sono prove o indicazioni per tale incidente”.

L’intero evento potrebbe ovviamente essere del tutto naturale, ed è così che sembra essere in questo momento. Sono necessarie ulteriori informazioni sull’origine del virus».

La smentita di Nature

Nature aggiorna con una nota editoriale l’articolo di Cyranoski sul laboratorio di Wuhan, spiegando che le tesi di complotto attorno al suo contenuto sono infondate. Ribadendo che chi ha studiato il virus ritiene più probabile come origine il mercato locale.

La guerra della Cina contro il virus e la verità   

Laboratori chiusi, medici silenziati, professori arrestati, social network censurati e attacchi ai “nemici del popolo”. Così il Partito comunista ha messo in pericolo la salute internazionale e ora usa l’epidemia per fare propaganda.

Duemilaventi. La Cina combatte il Coronavirus”. 

E’ il titolo del libro appena pubblicato dal Partito comunista cinese per celebrare la vittoria sull’epidemia e su come “il compagno Xi Jinping si è preso cura del popolo”. Fa parte della sua impressionante macchina della propaganda. Il ministero degli Affari esteri cinese in conferenza stampa intanto dichiarava che è una diffamazione parlare di “virus cinese” e che la sua origine è “ignota”. Origine ignota… 
Il regime ha arruolato anche il dottor Zhong Nanshan,…
….Il laboratorio delle bio-armi: nel 1981  “Leigh Nichols” ci informava che:
“Chiamano la sostanza  Gorki -400 “perché è stato sviluppato nei loro laboratori RDNA fuori dalla città di Gorki , ed è stato il quattrocentesimo ceppo vitale di organismi artificiali creati in quel centro di ricerca.”
Di fatto,  Gorki era in epoca sovietica una “città chiusa”, irraggiungibile ai comuni cittadini  senza speciali autorizzazioni:i suoi abitanti erano  essenzialmente  scienziati e famiglie che lavoravano alle invenzioni belliche più segrete.
Nel 1989, collassata l’Unione Sovietica e il comunismo, Koontz, o più probabilmente l’editore, hanno attualizzato il romanzo indicando  il nuovo “nemico”;perché  quello vecchio non faceva più paura.
L’ edizione 1989, dove Gorki diventa Wuhan. Preternaturale preveggenza? Non lo escludo. 
Ma agli addetti ai lavori è abbastanza noto che (come ha scritto GlobalResearc) fin dal 1948, gli Stati Uniti “hanno condotto per molti decenni un’intensa ricerca sulla guerra biologica, in molti casi fortemente focalizzata su agenti patogeni specifici per razza.
In un rapporto al Congresso degli Stati Uniti, il Dipartimento della Difesa ha rivelato che il suo programma di creazione di agenti biologici artificiali includeva la modifica di virus non fatali per renderli letali e l’ingegneria genetica per alterare l’immunologia degli agenti biologici per rendere impossibile il trattamento e le vaccinazioni. Il rapporto militare ha ammesso che all’epoca operava circa 130 strutture di ricerca sulle bio-armi, dozzine nelle università statunitensi e altre in molti siti internazionali al di fuori del Congresso degli Stati Uniti e della giurisdizione dei tribunali.
Un rapporto riservato del 1948 si leggeva:
Una cannonata  o una bomba non lascia dubbi sul fatto che si sia verificato un attacco deliberato. Ma se … un’epidemia si abbatte su una città affollata, non c’è modo di sapere se qualcuno ha attaccato, tanto meno chi “, aggiungendo con speranza che” Una parte significativa della popolazione umana all’interno di aree bersaglio selezionate potrebbe essere uccisa o inabilitata “solo con piccole quantità di un agente patogeno.

L’Istituto di ricerca medica delle malattie infettive dell’esercito americano ha sede in una base mlitare,  Fort Detrick nel Maryland. 

Praticamente è la Gorki-città -chiusa  americana. Quindi opera per la democrazia.
E “un manuale operativo dell’esercito americano del 1956 affermava esplicitamente che la guerra biologica e chimica era una parte operativa integrale della strategia militare degli Stati Uniti, non era limitata in alcun modo dato che  il Congresso aveva dato  ai vertici militari  l’autorità   “First Strike”, primo colpo, a loro giudizio tattico.  Nel 1959,  il   Congresso  tentò  di  sottrarre ai generali  questa autorità di primo colpo;  fu sconfitto dalla Casa Bianca e le spese per armi biochimiche aumentarono da $ 75 milioni a quasi $ 350 milioni. Questa era un’enorme quantità di denaro nei primi anni ’60.
Nel 2000,  The Project for the New American Century ha prodotto un rapporto intitolato “Ricostruire le difese americane”, che conteneva un’ambizione politica radicale e bellicosa di destra per l’America. Il loro rapporto si definiva un “progetto per mantenere la preminenza globale degli Stati Uniti … e modellare l’ordine di sicurezza internazionale in linea con i principi e gli interessi americani”. 
Gli autori, ovvia la loro mentalità genocida, affermarono:
“Le forme avanzate di guerra biologica che possono” colpire “genotipi specifici possono trasformare la guerra biologica … in uno strumento politicamente “utile.”

Dalla rivista statunitense “NATURE”: “‘Alcune delle scelte più importanti sulla salute fisica di una nazione sono fatte, o non fatte, da una manciata di uomini, in segreto’.””” 

.....Sessant’anni fa, il chimico, scrittore e funzionario pubblico Charles Percy Snow rivelò nel suo libro Science and Government (Scienza e governo) che tutti i consigli scientifici dati ai governi durante la Seconda Guerra Mondiale erano privi di prove. E mentre il mondo si trova ora sull’orlo di una delle peggiori epidemie infettive da un secolo a questa parte, le sue osservazioni sono altrettanto rilevanti oggi – si legge su Nature -. In tutto il mondo, i paesi stanno rispondendo alla pandemia di coronavirus con misure adottate solo in tempo di guerra. Le frontiere si stanno chiudendo. Le comunità sono in quarantena, gli incontri sono stati cancellati, i ristoranti sono stati chiusi, le fabbriche e le camere d’albergo sono state requisite. Eppure in molti Paesi, compresi gli Stati Uniti e il Regno Unito, i governi hanno preso decisioni cruciali in segreto e fatto annunci prima di pubblicare le prove su cui si basano le loro decisioni. Non è così che i governi dovrebbero lavorare. La segretezza deve finire”.

LA LEZIONE DELL’OMS È DA SEGUIRE

“Mentre l’Europa diventa il nuovo epicentro dell’epidemia e i casi continuano ad aumentare in quasi tutti i paesi colpiti, tre cose devono accadere con urgenza”, sostiene Nature e cioè seguire i consigli dell’Organizzazione Mondiale della Sanità.
“Né gli Stati Uniti né il Regno Unito hanno detto perché non hanno seguito il consiglio dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), che è quello di testare, tracciare e isolare il maggior numero possibile di casi di COVID-19 in modo aggressivo. Questi paesi sostengono di essere stati consigliati da alcuni dei migliori virologi ed epidemiologi di malattie infettive del mondo. Questo è vero. Ma allo stesso tempo, nessun governo può eguagliare l’esperienza cumulativa sul campo dell’OMS – e le lezioni apprese – nell’affrontare le epidemie, dalla sindrome respiratoria acuta grave (SARS) all’Ebola. L’agenzia sottolinea che le misure note come ‘contenimento’ sono essenziali, insieme al distanziamento sociale e alla rapida assistenza clinica, nei luoghi in cui la trasmissione è in corso”.

CINA E COREA DEL SUD HANNO CONTENUTO L’EPIDEMIA

Infatti, evidenzia Nature, “la sperimentazione aggressiva dei casi e la messa in quarantena dei contatti non è ancora una priorità politica dichiarata per gli Stati Uniti, dove gli sforzi sono ostacolati dalla carenza di test diagnostici di coronavirus COVID-19 e dall’assenza di un sistema sanitario pubblico unificato. Anche il Regno Unito, dove la sanità pubblica è gestita in modo più centralizzato, ha implementato test limitati, anche se ora li sta incrementando, come altri Paesi. Al contrario, sebbene le rispettive misure di mitigazione siano state diverse, la Cina e la Corea del Sud hanno utilizzato fin dall’inizio un contenimento molto più aggressivo, e continuano a farlo. Entrambi i Paesi hanno ora meno nuovi casi al giorno rispetto a quando il virus era al suo apice”.

LA CRITICA DELL’OMS E COSA BISOGNA FARE: TROVARE, ISOLARE, TESTARE E TRATTARE OGNI CASO

È raro che l’OMS critichi i Paesi membri che sono tra i suoi maggiori donatori, ma il direttore generale Tedros Adhanom Ghebreyesus è stato inequivocabile quando ha detto la scorsa settimana: ‘L’idea che i paesi debbano passare dal contenimento alla mitigazione è sbagliata e pericolosa’. E ha aggiunto: ‘Non puoi combattere un virus se non sai dove si trova. Ciò significa una solida sorveglianza per trovare, isolare, testare e trattare ogni caso, per spezzare le catene di trasmissione’”.
Questa settimana ha ribadito il punto: “Il modo più efficace per prevenire le infezioni e salvare vite umane è spezzare le catene di trasmissione. E per farlo, è necessario testare e isolare. Non si può combattere il fuoco con gli occhi bendati. E non possiamo fermare questa pandemia se non sappiamo chi è infetto” da coronavirus.

ABBRACCIARE UNA RICERCA ‘APERTA’ SUL CORONAVIRUS

Fin dall’inizio dell’epidemia, i ricercatori di tutto il mondo hanno aperto la strada alla condivisione di ricerche e dati. Anche Nature – insieme ai colleghi di tutta l’editoria di ricerca internazionale – “si è impegnata a rendere aperte tutte le ricerche e i dati relativi ai coronavirus. La condivisione dei dati – che vanno dalle sequenze di geni virali agli studi epidemiologici – è necessaria per tracciare come il virus si sta diffondendo e come potrebbe essere arginato”.
“I leader della ricerca che lavorano per – e consigliano – i governi devono fare lo stesso. Una ricerca aperta e condivisa è una ricerca migliore, perché consente a un gruppo più ampio di esperti di verificare le ipotesi, verificare i calcoli, interrogare le conclusioni e individuare e contestare gli errori. Purtroppo, quando si tratta delle prove che stanno alla base dei consigli scientifici dei governi, questo non accade abbastanza”, ammonisce Nature.
E le conseguenze della mancata pubblicazione delle prove sono evidenti come nel caso della decisione del Regno Unito di ritardare la chiusura della scuola dell’obbligo e del posto di lavoro che altri paesi stanno attuando. “Parte del ragionamento iniziale, come spiegato dal capo consulente scientifico Patrick Vallance, includeva la premessa che, per le persone sane, l’insorgenza di una malattia lieve contribuirebbe a rafforzare la loro immunità – e che, se più persone diventano immuni, si riduce la trasmissione del virus. Secondo questo ragionamento, una tale mossa ritarderebbe – e ridurrebbe – il picco delle infezioni. Ma le prove alla base di questo approccio non sono state rivelate. Non inaspettatamente, l’approccio è stato messo in discussione dagli scienziati, compresi gli epidemiologi e altri specialisti in malattie infettive, e non fa più parte della politica del Regno Unito”, ha ricordato il magazine scientifico.
“I ricercatori comprendono che saranno necessari cambiamenti improvvisi nella politica in una situazione in rapida evoluzione in cui ci sono molte incognite. Ma i governi rischiano di perdere la loro fiducia annunciando queste politiche prima che i dati, i modelli e le ipotesi sottostanti siano stati resi noti – ammette Nature -. I ministri e i loro consulenti scientifici sembrano essere tornati al modello della seconda guerra mondiale di prendere decisioni in gruppi relativamente piccoli e poi rilasciare documenti e dichiarazioni, rilasciare interviste o scrivere articoli. I politici e i loro consulenti scientifici devono stare al passo con i tempi e abbracciare la ricerca aperta. Dovrebbero sfruttare le competenze collettive – ora accessibili anche attraverso i social media – di virologi, epidemiologi, ricercatori comportamentali e altri che possono aiutarli a interrogare meglio i loro modelli, e quindi a migliorare le loro decisioni. Questo è imperativo ora, quando prendono decisioni da cui dipende il futuro della vita e dell’economia”.

LA COOPERAZIONE INTERNAZIONALE SALVERÀ DELLE VITE

“È difficile per i consulenti scientifici e medici del governo sostenere un approccio più collettivo e trasparente quando alcuni dei loro leader – in particolare il presidente americano Donald Trump e la sua amministrazione – sono scettici sul valore della cooperazione internazionale e prendono invece decisioni unilaterali. La decisione degli Stati Uniti di vietare i voli dalla Cina e dall’Iran, e successivamente dai Paesi europei, è stata presa senza consultare la maggioranza di questi paesi – e senza pubblicare le prove di come i divieti di volo possano rallentare la diffusione di un virus che già circola all’interno di un Paese”, evidenzia il magazine.
“Ma i consiglieri devono perseverare. Devono convincere i loro leader che un’azione collettiva coordinata è nell’interesse di tutti. Se, per esempio, non sono d’accordo con l’analisi dell’Oms, allora dovrebbero spiegarne il motivo. Per sconfiggere una pandemia in un mondo interconnesso, i paesi devono fornire prove complete e trasparenti a sostegno delle loro decisioni, ed essere disposti a condividere tali prove in modo da poter sconfiggere insieme il virus”, ha concluso Nature.

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Coronavirus, the Nobel Prize in Medicine Montagnier: "The genome confirms it, created in the laboratory and escaped."

The coronavirus is a manipulated virus and accidentally came out of a Chinese laboratory in Wuhan, where an AIDS vaccine was being studied. This is the theory that Luc Montagnier, Nobel Prize winner for medicine in 2008, explained in a French podcast specializing in medicine and health. According to the professor, who discovered HIV as the cause of the AIDS epidemic in 1983, Sars-CoV-2 is a virus that was accidentally processed and released by a laboratory in Wuhan, specializing in coronavirus research, in the last quarter of 2019.
"With my colleague, the biomathematician Jean-Claude Perez, we carefully analyzed the description of the genome of this Rna virus," explained Montagnier. "We were not the first - he specified - a group of Indian researchers tried to publish a study that shows that the complete genome of this virus has within the sequences of another virus, which is that of AIDS. The Indian group retracted after the publication, but the scientific truth always emerges. The AIDS sequence - concluded the Nobel Prize winner - was inserted in the genome of the coronavirus to try to make the vaccine". 

(Web, Google, Wikipedia, TGCOM24, Nature, Whashington Times, Libero, Il Foglio, Maurizioblondet, whitewolfrevolution, Le Scienze, Nature, You Tube)


Coronavirus, the Nobel Prize in Medicine Montagnier