lunedì 12 ottobre 2026

IL GIORNO DEL RICORDO NEGATO: la parlamentare europea Ilaria Salis e la bandiera titina, quell’oltraggio alla nazione nel silenzio della sinistra. Le foibe sono un monumento nazionale e il 10 febbraio si celebra il Giorno del Ricordo per tutte le vittime di quella che Mattarella ha definito “spietata stagione di violenza contro gli italiani”.






La locuzione "bandiera della brigata Garibaldi" e il termine "titini" richiamano un intreccio storico complesso e tuttora oggetto di accesi dibattiti politici e storici, legato in particolare agli eventi della seconda guerra mondiale e del dopoguerra sul confine orientale italiano (Friuli, Venezia Giulia e Istria).

Da IL GIORNALE del 12 ottobre 2026: 

La Salis e la bandiera titina, quell’oltraggio alla nazione nel silenzio della sinistra.


Le foibe sono un monumento nazionale e il 10 febbraio si celebra il Giorno del Ricordo per tutte le vittime di quella che Mattarella ha definito “spietata stagione di violenza contro gli italiani”.

L’editoriale di Tommaso Cerno:   “””Abbiamo una sinistra che ha cancellato la memoria, anzi ha rovesciato la storia fino a insultare gli esuli italiani. A Milano, nel corteo a cui sabato ha partecipato Ilaria Salis, è apparso il tricolore garibaldino con la stella rossa, simbolo delle armate partigiane titine che si sono macchiate dei peggiori crimini di guerra mentre noi raccontavamo che il conflitto era finito e tutti vivevano felici e contenti. E invece sul confine orientale a uccidere gli innocenti erano proprio i partigiani jugoslavi.
Che ci fa una parlamentare europea sotto quella bandiera criminale? Nel silenzio dei leader da Schlein a Conte?
Nel 1945, mentre l’Italia festeggiava la Liberazione, per tanti italiani d’Istria, Fiume e Dalmazia la violenza di Tito significava foibe, deportazioni, persecuzioni. Poi l’esodo: centinaia di migliaia di persone costrette a lasciare tutto. E non bastava essere antifascisti per salvarsi. A Porzûs, i partigiani comunisti uccisero altri partigiani, quelli della Osoppo. Tra loro Guido Pasolini, fratello di Pier Paolo.
Per decenni questa storia è stata rimossa, minimizzata, raccontata sottovoce. Oggi qualcuno sfila con quei simboli senza farsi troppe domande. E la Salis? Dovrebbe sapere che una stella rossa non è un certificato di innocenza. Ma forse è questo il nuovo antifascismo: condannare tutte le dittature, purché non si debba disturbare quella del colore giusto. La memoria a sinistra funziona come un semaforo: col rosso, la verità si ferma. E i crimini passano.
“””.

“”””….Per troppo tempo le foibe sono state dimenticate, volutamente allontanate dai ricordi degli italiani, come a voler cancellare la vergogna di quella parentesi ignobile per il Paese, che ha portato alla morte di migliaia di persone. Ma, cosa ancora più grave, esiste una fetta di Paese, che vive a sinistra e che ama definirsi come la parte democratica dell’Italia, che continua a minimizzare, se non a negare la tragedia delle foibe, inneggiando perfino a chi ne è stato artefice.
Ilaria Salis, sabato, era in piazza con loro: si è presentata davanti al centro sociale Lambretta, dove la Lega aveva organizzato una manifestazione per chiederne la chiusura, ed è rimasta tra chi sventolava la bandiera col tricolore e la stella rossa al centro, che troppi infausti ricordi evoca a chi conosce la storia. O a chi, comunque, la rispetta. Dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, e soprattutto nella primavera del 1945, quando i partigiani jugoslavi di Tito occuparono le zone tra il Friuli-Venezia Giulia, l’Istria e le aree circostanti sotto quella stessa bandiera, uomini e donne venivano catturati, legati, a volte torturati, le donne brutalmente violentate, anche fucilati sul bordo della cavità e poi spinti giù. In certi casi le vittime erano legate in fila: si sparava ai primi e il peso dei corpi trascinava gli altri nella caduta. Chi non moriva sul colpo restava agonizzante sul fondo, tra i cadaveri, nell’oscurità, fino a morire per inedia. Le loro grida si udivano fino ai villaggi a volte ma i corpi rimanevano lì, spesso irrecuperabili, per via del territorio insidioso e delle cavità irraggiungibili. Non era solo un metodo di eliminazione: era un modo per far sparire le persone, per cancellarne anche la memoria fisica. Oggi, la Foiba di Basovizza e la Foiba di Monrupino sono un monumento nazionale che ricorda a tutti cosa è stato capace di fare il regime di Tito in Italia, sono simboli della barbarie umana per evitare che il Paese progredisca sotto il peso di una memoria selettiva.

Il Giorno del Ricordo si celebra ogni anno il 10 febbraio: è una solennità civile, una festa nazionale istituita per “conservare e rinnovare la memoria della tragedia degli italiani e di tutte le vittime delle foibe, dell’esodo dalle loro terre degli istriani, fiumani e dalmati nel secondo dopoguerra e della più complessa vicenda del confine orientale”. E Ilaria Salis, non dissociandosi da quella bandiera, non ha solo offeso la memoria delle migliaia di vittime infoibate e delle loro famiglie, ha oltraggiato lo Stato italiano perché ha scelto di stare dalla parte di chi ancora oggi sventola i simboli del regime titino. E questo non è antifascismo. È l’incapacità, o il rifiuto, di fare i conti con tutte le forme di totalitarismo del Novecento, la pretesa di conservare intatto un racconto selettivo della storia. Tutto questo nel silenzio della sinistra, che non ha avuto il coraggio di alzare la voce per dissociarsi o per stigmatizzare quanto accaduto davanti al centro sociale dove, per altro, c’erano anche esponenti del Pd milanese.
“In quella zona a Oriente, così peculiare, dove, a fasi alterne, si erano incontrate, convivendo, comunità italiane, slave, tedesche e di tante altre provenienze, la violenza prese il sopravvento, trasformandola in una terra di sofferenza”, ha dichiarato il Presidente Sergio Mattarella nel suo discorso del 2025 in occasione del Giorno del Ricordo, sottolineando a imperitura memoria che “nelle zone del confine orientale, dopo l’oppressione fascista, responsabile di una politica duramente segregazionista nei confronti delle popolazioni slave, e la barbara occupazione nazista, si instaurò la dittatura comunista di Tito, inaugurando una spietata stagione di violenza contro gli italiani residenti in quelle zone”. E di quella stagione, ha ammonito Mattarella, “contrassegnata da una lunga teoria di uccisioni, arresti, torture, saccheggi, sparizioni, le Foibe restano il simbolo più tetro. E nessuna squallida provocazione può ridurne ricordo e dura condanna”. Il regime di Tito e la paura di essere perseguitati, costrinse gli italiani di Istria, Dalmazia, Fiume ad andare via, un esodo che li condusse in territori dove, però, trovarono “soprattutto diffusa indifferenza, diffidenza. Financo ostilità da parte di forze e partiti che si richiamavano, in Italia, alla stessa ideologia comunista di Tito”…”””.

Per fare chiarezza, è necessario distinguere i due vessilli e comprendere il contesto in cui si sono sovrapposti.


La bandiera delle Brigate Garibaldi

  • Le Brigate Garibaldi furono le formazioni partigiane più numerose della Resistenza italiana, organizzate dal Partito Comunista Italiano (PCI) per combattere contro l'occupazione nazifascista tra il 1943 e il 1945. 
  • Composizione: È costituita dal classico tricolore italiano (verde, bianco e rosso) con l'aggiunta di una stella rossa a cinque punte posta al centro della banda bianca. 
  • Significato originario: Rappresentava l'unione tra il patriottismo della lotta di liberazione nazionale e l'ideale comunista/socialista dell'antifascismo. 

2. La bandiera dei "titini" (Partigiani jugoslavi)

  • I "titini" erano i membri dell'Esercito Popolare di Liberazione della Jugoslavia, guidati dal maresciallo Josip Broz Tito.
  • Composizione: La loro bandiera era il tricolore jugoslavo (blu, bianco e rosso) disposto a bande orizzontali, con al centro una stella rossa bordata d'oro. 

La sovrapposizione e la controversia storica

La forte correlazione e la frequente confusione tra questi simboli nascono da dinamiche storiche precise avvenute nelle zone di confine: 
  • La subordinazione militare: Nel corso della Resistenza sul confine orientale, alcune formazioni garibaldine italiane (come la celebre Divisione Garibaldi "Natisone") passarono alla fine del 1944 sotto il comando operativo del IX Corpus dell'esercito di Tito. Di conseguenza, i partigiani comunisti italiani si trovarono a combattere fianco a fianco con quelli jugoslavi, adottando spesso parole d'ordine e coordinamento comune. 
  • I quarant'anni dell'occupazione e le foibe: Durante i drammatici eventi legati all'occupazione jugoslava di Trieste, Gorizia e dell'Istria (maggio-giugno 1945), e nei tragici episodi delle foibe e dell'esodo giuliano-dalmata, i simboli legati al comunismo e a Tito (come la stella rossa) vennero associati dalla popolazione locale alle violenze, alle deportazioni e alle rivendicazioni annessionistiche jugoslave sul territorio italiano. 
  • La bandiera della minoranza italiana in Jugoslavia: Nel dopoguerra, il regime di Tito scelse proprio il tricolore italiano con la stella rossa al centro (senza bordo oro) come bandiera ufficiale per rappresentare la minoranza linguistica italiana rimasta a vivere all'interno della Jugoslavia socialista (in Istria e a Fiume).

Il dibattito odierno

Ancora oggi, l'esposizione del tricolore con la stella rossa durante manifestazioni pubbliche o celebrazioni del 25 aprile suscita forti polemiche in Italia: 
  • Da un lato, i sostenitori e le associazioni partigiane (come l'ANPI) ne rivendicano il valore storico come vessillo della Resistenza e del sacrificio dei partigiani garibaldini.
  • Dall'altro lato, esponenti politici e associazioni degli esuli giuliano-dalmati la percepiscono come un simbolo ambiguo o offensivo, poiché sul confine orientale quella stessa combinazione di simboli richiama la collaborazione con il regime totalitario di Tito e le sofferenze patite dalla popolazione italiana.






(Fonti: https://svppbellum.blogspot.com/, Web, AI Google, Il Giornale, WIKIPEDIA, You Tube)













https://svppbellum.blogspot.com/

Si vis pacem, para bellum 
(in latino: «se vuoi la pace, prepara la guerra») è una locuzione latina.


“…La difesa della Patria (di ogni Patria) è sacro dovere del cittadino…”.









IL NOSTRO PENSIERO

Si vis pacem, para bellum  (in latino: «se vuoi la pace, prepara la guerra») è una locuzione latina.

Usata soprattutto per affermare che uno dei mezzi più efficaci per assicurare la pace consiste nell'essere armati e in grado di difendersi, possiede anche un significato più profondo che è quello che vede proprio coloro che imparano a combattere come coloro che possono comprendere meglio e apprezzare maggiormente la pace.

Blog dedicato agli appassionati di DIFESA, storia militare, sicurezza e tecnologia. 

La bandiera è un simbolo che ci unisce, non solo come membri di un reparto militare ma come cittadini e custodi di ideali. Valori da tramandare e trasmettere, da difendere senza mai darli per scontati. E’ desiderio dell’uomo riposare là dove il mulino del cuore non macini più pane intriso di lacrime, là dove ancora si può sognare…
…una vita che meriti di esser vissuta.
Ripensare la guerra, e il suo posto nella cultura politica europea contemporanea, è il solo modo per non trovarsi di nuovo davanti a un disegno spezzato senza nessuna strategia per poterlo ricostruire su basi più solide e più universali. Se c’è una cosa che gli ultimi eventi ci stanno insegnando è che non bisogna arrendersi mai, che la difesa della propria libertà ha un costo ma è il presupposto per perseguire ogni sogno, ogni speranza, ogni scopo, che le cose per cui vale la pena di vivere sono le stesse per cui vale la pena di morire.
Si può scegliere di vivere da servi su questa terra, ma un popolo esiste in quanto libero,  in quanto capace di autodeterminarsi, vive finché è capace di lottare per la propria libertà:  altrimenti cessa di esistere come popolo. Qualcuno è convinto che coloro che seguono questo blog sono dei semplici guerrafondai!  Nulla di più errato. 
Quelli che, come noi, conoscono le immense potenzialità distruttive dei moderni armamenti sono i primi assertori della "PACE". 

Quelli come noi mettono in campo le più avanzate competenze e conoscenze per assicurare il massimo della protezione dei cittadini e dei territori:  SEMPRE!

Di fronte agli ultimi sconvolgimenti bellici, lo storico Antonio Socci, ha scritto su Libero-quotidiano:
“””….Giancarlo Torlizzi, un vero addetto ai lavori, l’altro ieri ha fatto notare che «Pechino non sta affatto assistendo passivamente alle dinamiche mediorientali» e ora «offre la sua disponibilità di materie prime per ampliare le sfera d’influenza» con l’obiettivo di «estendere il controllo sull’Asia». Torlizzi conclude: «Stiamo andando incontro a un sistema basato su due blocchi commerciali finanziari e industriali. E l’Europa deve scegliere da che parte stare».
Si tratta anche di due blocchi politici e culturali. Purtroppo ci sono forze che spingono verso il suicidio dell’Occidente: opporre la Ue agli Usa è oggi il pericolo maggiore. L’Europa è legata al vecchio scenario (fallito) della globalizzazione clintoniana, non all’ideale della difesa dell’Occidente, perciò giudica folle la leadership di Trump. E la Casa Bianca ritiene suicida la Ue per le sue politiche economiche, immigratorie, burocratiche e demografiche. Che sono vecchie, fallimentari e condannano la Ue all’irrilevanza.
L’Ue appare fuori gioco anche nel dibattito sull’Intelligenza Artificiale, la rivoluzione che cambierà tutto. Anche su questo la Cina, leader del fronte avverso all’Occidente, tenta di sorpassare gli Usa e gli scenari che si prospettano sono cupi. Ha posto il problema Alexander C. Karp, Ceo di Palantir in cui è socio di Peter Thiel. Quella di Karp è una storia interessante. Karp nasce a New York nel 1967 in una famiglia di sinistra molto impegnata nelle battaglie civili. Si laurea in giurisprudenza a Stanford, poi un Ph.D alla Goethe Universität di Francoforte (sì, è la culla della Scuola di Francoforte che a quel tempo aveva il suo simbolo in Jürgen Habermas). Una formazione di sinistra Doc, infatti ha sempre votato Dem. Ma è duro con l’ala woke del partito democratico e ultimamente la sua antipatia per Trump ha virato verso il pragmatismo e la condivisione su alcuni temi.
Nel libro che ha scritto con Nicholas W. Zamiska, La repubblica tecnologica (Come l’alleanza con la Silicon Valley plasmerà il futuro dell’Occidente), pubblicato in Italia da Silvio Berlusconi editore, Karp indica la necessità di una svolta per «i giganti della Silicon Valley che dominano l’economia americana».
In una lettera indirizzata ai propri investitori Karp citò una frase del famoso libro di Samuel P. Huntington Lo scontro delle civiltà: «L’ascesa dell’Occidente non è stata resa possibile dalla superiorità delle sue idee, dei suoi valori o della sua religione... ma dalla sua superiorità nell’usare la violenza organizzata».
Federico Rampini, nella prefazione del libro, commenta: «Nella sua visione (di Karp, ndr), questa non è una premessa per esprimere sensi di colpa, pentimento e vergogna verso la nostra civiltà.
Al contrario, è una forza di cui dobbiamo essere consapevoli, orgogliosi, e che va preservata. “Siamo ancora abbastanza duri” si chiedeva in un’intervista al New York Times “da spaventare i nostri avversari, e quindi evitare la guerra? Cinesi, russi, iraniani, ci considerano ancora forti?” Bastano queste parole per capire che Karp non è un personaggio banale. Nel 2024 il New York Times ha definito l’azienda da lui fondata, la Palantir, come impregnata di una cultura “filo-occidentale, la convinzione che l’Occidente rappresenti un modello superiore”.
La Palantir è un gioiello tecnologico della Silicon Valley, specializzata nell’analisi di Big Data e nelle applicazioni dell’intelligenza artificiale, che annovera tra i suoi clienti le forze armate, l’intelligence e corpi di polizia». In realtà quel giudizio di Huntington (anch’egli Dem), che di fatto è alla base dell’ideologia woke e dei sensi di colpa occidentali, non è storicamente vero, perché l’Occidente è stato a lungo sotto attacco e a volte ha perso. Non solo. Le potenze antagoniste dell’Occidente sanno bene che alla radice del suo successo c’è altro.
L’Accademia delle scienze sociali di Pechino, per esempio, nel 2002 giunse a questa conclusione: «Una delle cose che ci è stato chiesto di investigare era che cosa spiegasse il successo, anzi, la superiorità dell’Occidente su tutto il mondo. Abbiamo studiato tutto ciò che è stato possibile dal punto di vista storico, politico, economico e culturale. Inizialmente abbiamo pensato che la causa fosse che avevate cannoni più potenti dei nostri. Poi abbiamo pensato che avevate il sistema politico migliore. Poi ci siamo concentrati sul vostro sistema economico. Ma negli ultimi vent’anni abbiamo compreso che il cuore della vostra cultura è la vostra religione: il cristianesimo. Questa è la ragione per cui l’Occidente è stato così potente. Il fondamento morale cristiano della vita sociale e culturale è ciò che ha reso possibile la comparsa del capitalismo e poi la riuscita transizione alla politica democratica. Non abbiamo alcun dubbio».
Non c’è solo l’economia. Ratzinger indicava nell’incontro del cristianesimo con la filosofia greca la premessa dell’approccio scientifico alla realtà. E la scienza ha prodotto, soprattutto negli ultimi secoli, la nostra superiorità tecnologica. Gerusalemme, Atene e Roma sono la culla dell’Occidente. Per difenderlo non si può dimenticare nessuna di queste radici”””..….(Antonio Socci)

….Gli attuali eventi storici ci devono insegnare che, se vuoi vivere in pace, devi essere sempre pronto a difendere la tua Libertà…. 
La difesa è per noi rilevante poiché essa è la precondizione per la libertà e il benessere sociale. 
Dopo alcuni decenni di “pace”, alcuni si sono abituati a darla per scontata: una sorta di dono divino e non, un bene pagato a carissimo prezzo dopo innumerevoli devastanti conflitti.…
…Vorrei preservare la mia identità, difendere la mia cultura, conservare le mie tradizioni. L’importante non è che accanto a me ci sia un tripudio di fari, ma che io faccia la mia parte, donando quello che ho ricevuto dai miei AVI, fiamma modesta ma utile a trasmettere speranza ai popoli che difendono la propria Patria! Violenza e terrorismo sono il risultato della mancanza di giustizia tra i popoli. Per cui l'uomo di pace si impegna a combattere tutto ciò  che crea disuguaglianze, divisioni e ingiustizie.

Signore, apri i nostri cuori affinché siano spezzate le catene della violenza e dell’odio, e finalmente il male sia vinto dal bene…

Come i giusti dell’Apocalisse scruto i cieli e sfido l’Altissimo: fino a quando, Signore? Quando farai giustizia? Dischiudi i sette sigilli che impediscono di penetrare il Libro della Vita  e manda un Angelo a rivelare i progetti eterni,  a introdurci nella tua pazienza, a istruirci col saggio Qoelet: “””Vanità delle vanità: tutto è vanità”””.

Tutto…tranne l’amare.









 

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