sabato 22 febbraio 2020

Il mitra OG-43, la sua versione successiva, l'OG-44, e la società ARMAGUERRA di Cremona



Il mitra OG-43 e la sua versione successiva, l'OG-44, sono mitra realizzati nella Repubblica di Salò, rimasti a livello di prototipi.

Genesi e sviluppo

L'OG-43, progettata da Giovanni Oliani dello stabilimento di Cremona della Società Anonima Revelli Manifattura Armiguerra, era un'avanzata arma automatica d'assalto, a corto raggio, ispirata alla massima economicità di produzione ed alla massima occultabilità. Fa parte di una famiglia di armi prodotte in situazione di emergenza nella Repubblica Sociale Italiana, formata dai mitra TZ-45, FNAB-43 e Isotta Fraschini. La versione successiva, la OG-44 invece aveva una conformazione più tradizionale. Il Ministero della Guerra della RSI ne approvò la costruzione, che però non fu mai avviata per il precipitare degli eventi.
Descrizione
L'OG-43 presentavano una linea molto moderna rispetto ai modelli coevi. Realizzata in lamiera stampata, il caricatore ed il portacaricatore fungevano anche da impugnatura. L'otturatore a forma di L scorreva, con la molla di recupero, in un cilindro sopra la canna; questo diminuiva l'impennamento della canna durante le raffiche. La manetta d'armamento scorreva superiormente al castello lungo il cilindro portamolla. Il calcio a stampella ed il calciolo erano ribaltabili inferiormente in avanti. Davanti al ponticello del grilletto, sotto al copricanna forato, era posizionata un'impugnatura in legno reclinabile anteriormente. L'arma adottava gli stessi caricatori bifilari da 10, 20, 30 e 40 colpi del Beretta MAB 38. Il funzionamento era a corto rinculo a massa battente e sparava con otturatore aperto in modalità semiautomatica e automatica. Le mire erano fisse, con alzo posteriore graduato per 100 e 200 metri.
OG-44
La versione OG-44 aveva una linea più tradizionale. Adottava una calciatura in legno incernierato alla tradizionale impugnatura a pistola, posizionata posteriormente al grilletto ed al portacaricatore. Il peso era leggermente superiore a quello dell'OG-43, così come la lunghezza totale che sale a 787 mm.



LA SOCIETA’ ARMAGUERRA DI CREMONA

Lo scopo della nuova società doveva essere quello di costruire armi efficaci per il neonato impero italiano. Così nel 1938, dopo la guerra di Etiopia, Farinacci volle in quella zona della città allora circondata da campi e capannoni industriali, una fabbrica bellica capace di fornire pistole e fucili all’esercito. Così nacque l’Armaguerra, di proprietà di un genovese, il commendator Nasturzio, con al vertice un gruppo ligure, capitali bresciani e alcuni dirigenti locali con in testa Giovanni Oliani che inventò per la produzione alcuni tipi di fucili e mitragliatori tra cui il gioiello della fabbrica: la pistola mitragliatrice O.G. 44 Armaguerra Cremona calibro 9 Parabellum o il fucile semiautomatico modello 39 che andò pian piano sostituendo il 91 anch’esso prodotto a Cremona.
La produzione bellica sostanzialmente constava dei moschetti Carcano e delle pistole Beretta 34, entrambi con la dicitura “Armaguerra Cremona” rispettivamente sulla culatta e sul carrello.
Vennero però progettate in autonomia anche tre pistole mitragliatrici innovative: la OG 43, la sua evoluzione OG 44 (con il calcio fisso e impugnatura a pistola) e la FNAB mod. 1943, che però fu prodotta dalla Fabbrica Nazionale d’Armi Brescia, da cui il nome; fu nota anche come “mitra Zerbino” dal nome dell’allora ministro dell’Interno della Repubblica Sociale.
La OG 43 in particolare fu un’idea azzeccata che nacque nel momento sbagliato: le uniche parti che richiedevano grosse lavorazioni erano la canna e l’otturatore (che scorreva sopra la canna, bilanciando l’arma nel tiro a raffica); tutto il resto era ottenuto per stampaggio di lamiera, consentendo una grande celerità nella produzione. Di fatto, però, dalla fabbrica uscirono ben pochi esemplari, essendo più importante produrre fucili per le forze combattenti.
La produzione d’armi comunque continuò ancora per due anni, sotto il controllo dei tedeschi, che minacciarono di deportare tutti in Germania e di confiscare i macchinari; in effetti il trasferimento delle attrezzature avvenne parzialmente, dopo l’armistizio del ’43, portandole al riparo nelle gallerie stradali della zona di Riva del Garda.
Anche gli stessi operai, tra cui parecchie donne e cottimisti, pagati quindi in base ai pezzi prodotti, non collaborarono con particolare alacrità alla lavorazione durante l’egida nazista; vennero quindi compiuti atti di resistenza passiva e di vero e proprio sabotaggio, come realizzare canne deliberatamente storte e parti con difetti subdoli che avrebbero impedito il buon funzionamento delle armi in uscita dallo stabilimento.
Alcune fonti parlavano addirittura dell’impedimento di recarsi nei rifugi durante il periodo di allerta antiaerea; sembra invece che buona parte del personale, al suono delle sirene, preferisse saltare in bicicletta e tornare a casa o semplicemente sfollare nei campi circostanti, anziché in un claustrofobico rifugio sotterraneo.
Le periodiche incursioni in effetti interessavano sostanzialmente lo scalo ferroviario e il ponte sul Po (che venne colpito e abbattuto nel 1944, assieme alla vicina sezione del Tiro a Segno Nazionale e al deposito di carburanti dei fratelli Camangi), risparmiando invece il resto della città che, dal punto di vista strategico, non aveva grande importanza.
La mattina del 25 aprile 1945 un gruppo di soldati tedeschi in ritirata tentò di prendere con la forza lo stabilimento per saccheggiarlo; gli operai resistettero e uno di essi, Ermete Civardi, di appena 16 anni, saputo della fine dei combattimenti, uscì e urlò in dialetto “Cartòffen… l’è finiìda!”; ma i tedeschi non capirono e spararono. Ferito gravemente, venne portato di corsa con un carretto all’ospedale Maggiore, nell’attuale piazza Giovanni XXIII, dove spirò.
Cessata la guerra terminò anche la produzione di armi e si tentò la riconversione alla produzione civile: nel 1945 infatti la “Armaguerra Cremona” diventò “Officine Meccaniche Cremonesi”, sempre del comm. Nasturzio, e produsse per qualche tempo motori a scoppio di piccola cilindrata, 50 cc, da montare sul pignone della ruota posteriore delle biciclette per trasformarle in una piccola motoretta, simili al “Velosolex”, fondando addirittura la squadra di corse CAB.
La O.M.C. non durò a lungo, perché nel 1948 un centinaio di dipendenti si trovò senza lavoro.
L’anno successivo l’area fu occupata dalla ditta A.S.P.I., che produceva mezzi antincendio e per la nettezza urbana, chiudendo nel 1956; nel 1961 infine una piccola parte dell’ormai ex Armaguerra fu occupata da un’industria meccanica, la “Boldrini”, che vi rimase fino agli anni Settanta per poi trasferirsi nel milanese.
L’ultima attività nello stabilimento, una cartoleria in via Seminario, chiuse prima del 1999, il custode abitò la palazzina degli uffici fino alla sua dipartita terrena, e da allora l’area è inutilizzata.
Sono oltre quarant’anni che si fanno progetti per radere al suolo i capannoni dell’ex Armaguerra e costruirvi… “qualcos’altro”.
La fabbrica d’armi ARMAGUERRA funzionò a pieno regime tra il 1940 e il 1943 e contò tra le proprie fila oltre 1500 dipendenti. I macchinari per la produzione arrivavano da Germania e Cecoslovacchia. Dopo l’8 settembre i tedeschi fecero spostare i macchinari verso le gallerie del lago di Garda e la resistenza clandestina interna fece di tutto per sabotare il trasloco. Dopo la guerra una parte dello stabilimento venne affittato alla Umberto Piacenza poi quando l’azienda si trasferì nel nuovo stabilimento di via Milano, la proprietà trasformò la produzione in motorini per biciclette e camion attrezzati per la raccolta rifiuti, camion pompieri, mezzi ibridi ecc. fino al declino dei primi anni ‘60 e l’abbandono.…

(Web, Wikizero, Wikipedia, Cremonaoggi, Ilgiardinod’inverno, You Tube) 













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